L’ultimo film in uscita: Blockbuster va in bancarotta

settembre 23, 2010

Blockbuster come Lehman Brothers. Il colosso americano della distribuzione di film a noleggio ha fatto richiesta – esattamente come la banca d’investimento 2 anni fa – per il Chapter 11, quella procedura di fallimento assistito che permette di ristrutturare il proprio debito senza scomparire del tutto. Va da sé che si tratta comunque di un fallimento, con tanti azionisti e creditori che rimarranno al palo.

Blockbuster, che peraltro in questi giorni sta crollando sul mercato, ha stretto un accordo per convertire 900 milioni di dollari di debito senior (che ha precedenza di rimborso) in capitale. Non solo: questi creditori acconsentono ad un ulteriore prestito da 125 milioni di dollari per traghettare Blockbuster fuori dalle secche della bancarotta.

Rimangono a bocca asciutta tutti gli azionisti e i creditori subordinati: loro perderanno tutto.

Blockbuster è solo l’ultima delle vittime della rivoluzione digitale, che tanto sta facendo soffrire anche Barnes & Noble, sul versante dei libri. La società con quartier generale a Dallas ha fatto sapere che l’accordo permetterà, per ora, di tenere aperti gli oltre 3.000 negozi negli Usa. Non è dato sapere, invece, cosa ne sarà delle filiali in franchising in giro per il mondo, visto che il deal vincola la casa madre solo con le sussidiarie americane.

Il vecchio motto pubblicitario recitava: “Let’s make it a blockbuster night”. Speriamo di no. Sarebbe piena di incubi.


Profumo di domande

settembre 22, 2010

Di tutto l’affaire Profumo rimangono degli aspetti poco chiari.

Primo, e lo hanno ribadito tutti, come si possa pensare di costringere all’addio un ceo senza aver prima pronto un sostituto. Un blitzkrieg ha successo quando gli avamposti superano le linee nemiche: qui mi pare che la prima linea (Rampl, le Fondazioni) sia ancora molto indietro.

Secondo, com’è possibile che gli azionisti non fossero al corrente del progresso dei libici nel capitale di Unicredit? Ammesso che la Consob registra sempre con qualche ritardo gli acquisti di azioni (l’ultimo avanzamento dello 0,5% – segnalato lunedì scorso – risaliva in realtà al 21 agosto), chi ha venduto? Quando?

Terzo punto: perché le fondazioni non hanno insistito sul vero punto punto dolente della gestione Profumo – la mancanza di dividendo negli ultimi due anni -, critica che rientrerebbe pienamente nelle loro prerogative di grandi azionisti? Perché hanno lasciato che si speculasse sulle interferenze politiche, rischiando così di assoggettarsi ancora di più al potere che ne nomina i vertici?

Tante domande che mi sono posto seguendo dal vivo tutta la vicenda. Le ricostruzioni che Massimo Giannini fa su Repubblica su un asse Geronzi-Berlusconi per far cadere Profumo paiono anche a me, francamente, inverosimili. Si impongono a questo punto alcuni ultimi quesiti: e se invece fosse vero che il Cesare del capitalismo italiano fosse più potente ora che è uscito da Mediobanca di quando invece non presiedeva Piazzetta Cuccia? E se davvero fosse all’orizzonte una fusione Generali-Mediobanca, come sembra aver confermato la longa mano di Gianni Letta, Luigi Bisignani? E se infine il matrimonio s’avesse da fare,  a chi gioverebbe un arrocco simile?


Pilloline prima di andare a dormire

settembre 16, 2010

Confindustria dice che ci sono “venti contrari” che spirano sull’economia italiana. Mettiamoci il cappotto, sarà un inverno molto rigido. Torneremo ai livelli pre-crisi, forse, solo nel 2013.

Andatelo a dire al mezzo milione di persone che dal 2008 a oggi hanno perso il lavoro in Italia. E’ la crisi bellezza: 9,3% la disoccupazione nel 2011.

Sempre Confindustria fotografa una delle grandi, vere, annose, eternamente irrisolte emergenze nazionali: il sommerso nel 2009 ha sfondato il 20% del Pil. Su 5 euro dichiarati, uno è al nero. Anticipo l’obiezione: il nero c’è anche all’estero. Sì, ma non è relativamente conveniente come da noi: all’estero, se ti beccano, sono guai.

In tutto questo l’evasione fiscale supera abbondantemente i 125 miliardi di euro, ben sopra il 10% del Pil. Il 10%!

Sono pilloline che vanno di traverso.

P.s. Non c’entra un granché (forse), ma leggetevi questa interessante analisi della situazione politica in Svezia. Destra o sinistra, socialisti o moderati, emerge una sola cosa: se si è seri, se si è onesti, non c’è ideologia che tenga.


Pensierino della sera

settembre 14, 2010

Una domanda sorge spontanea: se l’oro è da sempre considerato un bene rifugio – un bene anticiclico: va bene quando tutto il resto va male – come spiegare i nuovi massimi toccati oggi oltre i 1270 dollari l’oncia, mentre i mercati a settembre fanno tutt’altro che male?

Basta spiegare tutto con il deprezzamento del dollaro, come si fa, riduttivamente, con il petrolio?

Il biglietto verde sembra la panacea a tutti i mali dell’economia. O no?


Basilea III – La supervendetta

settembre 13, 2010

Disorientato dal balletto di cifre, percentuali e soglie che io stesso ho contribuito a fomentare, cerco di fare chiarezza sullo schema prospettato ieri dal Comitato di Basilea, che riguarda i requisiti patrimoniali imposti alle banche.

Prima di tutto, il capital ratio rimane all’8%. E’ questo il principale (anche se meno restrittivo) indicatore di capitalizzazione: il patrimonio netto della banca / le attività pesate per la loro rischiosità. Vale a dire: un credito a brevissima scadenza, magari overnight, ha un rischio praticamente nullo. Di conseguenza, è come se non fosse conteggiato nel computo degli impieghi della banca: non è necessario accantonare alcunché sul lato del capitale.

Sono cambiati invece i vincoli dentro questa soglia. In sostanza, si impone che gran parte del capitale da detenere sia nella forma di azioni ordinarie (common equity). Sono le azioni tipiche, con diritto di voto e senza nessun privilegio di rimborso: i migliori strumenti per assorbire una perdita, visto che non sono caricate di alcuna obbligazione compensativa. La soglia – sempre rispetto alle attività pesate per il rischio – passa dal 2 al 4,5%.

In più, viene fissata una quota supplementare del 2,5% da detenere sempre in azioni ordinarie che funga da primo cuscinetto di “conservazione” nel caso il 4,5% iniziale non sia sufficiente a ripianare le perdite della banca. Questo cuscinetto è obbligatorio. Tanto più la banca non lo soddisfa, tanto meno sarà autorizzata a distribuire utili.

4,5+2,5=7% di attivo che le banche dovranno detenere come azioni ordinarie. Ripeto: i titoli più sicuri per assorbire una perdita.

La vera novità a mio avviso sta in un ulteriore cuscinetto, variabile a seconda delle volontà dei regolatori nazionali (la Banca d’Italia, nel nostro caso). E’ la reale componente anti-ciclica che tutti gli economisti imputavano mancare a Basilea 2. La forchetta è fissata tra lo 0 e il 2,5% di capitale (non solo common equity): se il mercato del credito è in forte accelerazione e grande è il rischio di una bolla, si aziona la levetta su “on” e si impone questo ulteriore accantonamento. Altrimenti, si lascia che il cuscinetto rimanga sgonfio.

Si tratta dunque di un 2,5% supplementare e – in ultima analisi – facoltativo. Se sarà sufficeinte, e, soprattutto, se i regolatori avranno la forza politica per affermarlo, è tutto da vedere. La levata di scudi preventiva dei banchieri sugli esiti nefasti di Basilea 3 fa temere di no.

La confusione, a livello di cifre, è stata con il Tier1, che comprende il primo 4,5% di common equity, più altri titoli finanziari qualificati. Questo, passa dal 4 al 6%, secondo i nuovi dettami di Basilea: ma non è l’indicatore più immediato. Quello è il capital ratio, che rimane come abbiamo detto all’8%.

I tempi per l’adeguamento ai nuovi vincoli patrimoniali sono biblici. Prime implementazioni nel 2013, vincoli di common equity a partire dal 2015. Come adeguarsi? Innanzitutto, trattenendo gli utili, in secondo luogo con aumenti di capitale. Procedure comunque rischiose sui mercati finanziari, che per il momento hanno reagito bene.


Lehman Brothers, a volte ritornano

settembre 2, 2010

Per quelli che pensavano che la storia di Lehman Brothers si fosse conclusa il 15 settembre 2008, quando la banca d’affari fece istanza di fallimento (il famoso chapter 11 della legislazione americana) – evento apice e simbolo della crisi -, sarà suonato paradossale.

Oggi, due anni dopo, ci sono ancora in giro per il mondo alcune banche della galassia Lehman che fanno tremare i polsi alla comunità finanziaria. Sono le unità che non sono ancora state dismesse e incorporate da altre banche d’affari, come successo a molti veicoli acquisiti da Barclays e Nomura (tra gli altri). Il “capitolo 11″, negli Stati Uniti, non prevede infatti la scomparsa ex abrupto della società, ma un lungo e faticoso processo di “accompagnamento” verso la liquidazione degli asset e il soddisfacimento dei creditori privilegiati. Può durare anni, come in questo caso. La galassia Lehman era ben complessa.

Due divisioni commerciali – l’Aurora Bank FSB e la Woodlands Commercial Bank – sarebbero adesso sull’orlo del collasso, e necessiterebbero di svariate centinaia di milioni di dollari di ricapitalizzazione per sopravvivere.  I costi di un eventuale fallimento potrebbero arrivare a 3,6 miliardi di dollari. Non proprio bruscolini.

Tutto questo accade nelle ore dell’inchiesta federale sul fallimento Lehman, a pochi giorni dalle dichiarazioni dell’ex ceo Dick Fuld, il “master of the universe” per eccellenza. Secondo Fuld, la colpa della catastrofe finanziaria 2007-09 ricade interamente sulle spalle della Fed, che decise di sacrificare Lehman e salvarne tante altre.

Fuld punta il dito sull’asse Casa Bianca – Fed – Goldman Sachs, visto che sia Paulson (ex segretario del Tesoro americano), sia Geithner (l’attuale) hanno un passato lì.

Bernanke oggi ha risposto a stretto giro di posta, ribadendo che “Lehman non poteva essere salvata in alcun modo”. In realtà, salvataggi ben più onerosi sono stati portati a termine (si pensi a Fannie e Freddie), ma Bernanke ha tenuto in debito rispetto il rischio di azzardo morale: avesse salvato anche Lehman (che, comunque, tra le banche era quella messa peggio), chiunque ne avrebbe approfittato con condotte ancora più dissennate.


Black September (nel senso di indici in nero)

settembre 1, 2010

Con l’inizio di settembre, riparte anche Economic Tag. Se le vicende del blog ricalcassero quelle di borsa, la partenza sarebbe più che incoraggiante: rally praticamente in tutti i mercati d’Occidente. Su questa scala, non accadeva da maggio.

Il fenomeno è significativo, a maggior ragione se si pensa che settembre è considerato il mese nero per i mercati azionari. Lo dice la superstizione, ma anche la statistica.

Difficile dire i motivi di questo rimbalzo. Il quadro economico di fondo rimane quello di un rallentamento dell’economia. L’indice Ism manifatturiero americano – un indicatore importante per un eventuale prossima recessione – è inaspettatamente migliorato, ma rimangono ancora tanti i segnali di preoccupazione. In primis, la disoccupazione, attorno al 9,5 per cento negli States, al 10% nell’euro-16 e all’8,4% da noi.

A motivazioni di puro trading – per definizioni estemporanee e legate al consensus del momento – potrebbero essersi aggiunte considerazioni fondamentali. Si prenda il settore del lusso, che oggi in Italia ha trainato il mercato per tutta la giornata. Si crede, o comunque si spera, che la gente abbia ancora voglia di continuare a spendere. Magari non più in America, ma in Cina, India e Brasile.


La proposta di Bill Gross su Fannie e Freddie

agosto 17, 2010

Data k0ora tarda, sarò lapidario.

Chi è Bill Gross? Il capo di Pimco, il più grande gestore al mondo di bond. Compresi i mutui immobiliari. E’ una delle voci più ascoltate ed influenti di Wall Street.

Di cosa si parla quando si fa riferimento a Fannie e Freddie? Sono i due colossi semi-governativi del prestito immobiliare. Detengono una quota enorme dei debiti ipotecari degli americani che si sono comprati una casa negli ultimi anni. Godono di un’implicita garanzia pubblica, che permette ai tassi ipotecari di essere accessibili per molte più persone. Con la crisi dei subprime, i due giganti sono stati in crisi, tanto che il governo ha dovuto salvarli con 148 miliardi di dollari e porli sotto amministrazione controllata (conservatorship). Ma il nodo delle insolvenze potrebbe portarle nuovamente sull’orlo del tracollo, tanto che entrambe hanno chiesto un nuovo intervento pubblico.

Cosa propone Gross? Che su tutti i mutui pendenti (i cui debitori non sono in sofferenza) e su quelli nuovi a – poniamo – 30 anni, lo Stato imponga un abbassamento dei tassi dal 5-7% al 4%, cosa che ovviamente dilaterebbe la vita dei pagamenti. Così facendo, diminuirebbe il numero dei default e si sosterrebbe il valore degli immobili, dal 2 al 5%. E’ questa una mossa che consentirebbe ai cittadini proprietari di case, che usano il valore degli immobili come collaterale per nuovi finanziamenti, di aumentare il proprio potere di acquisto, dunque (almeno in teoria) i consumi.

E’ una visione utopica, quella di Gross, non fosse altro perché costerebbe al momento tra i 50 e i 60 miliardi di dollari, che a pochi mesi dalle elezioni di mid-term Washington non concederà mai. Ma segnala due cose sacrosante:

1. Che il nodo gordiano dei mutui immobiliari – da cui un po’ tutto nacque – è ancora lì pronto a esplodere. Una bomba a cui solo temporaneamente è stata inumidita la miccia.

2. Che il programma di stimolo di Obama sta esaurendo i suoi effetti. Non potendo gravare su un deficit oltre il 10% del Pil, è necessario ricorrere a iniziative a costo zero.

Quella di Gross, a ben vedere, più che non costare nulla sembra spostare l’orizzonte di riscossione un po’ più in là negli anni. Vedremo cosa farà l’Amministrazione Obama.


E Goldman Sachs fa dumping…

agosto 16, 2010

Continua l’epopea di Goldman Sachs, che aggiunge una nuova ciliegina al suo già nutrito palmares di sospetti, ritorsioni e condotte poco commendevoli in seno a Wall Street. (Un’indagine di Bloomberg tra 1001 analisti e investitori a giugno ha mostrato come l’istituto di Lloyd Blankfein sia quello che è sceso di più come popolarità). Ma stavolta, nessuno potrà rimproverarle nulla.

In breve, GS è tra le grandi banche di Wall Street che si occuperà della quotazione di General Motors, che ritornerà in grande stile sul listino newyorchese. La seconda IPO di sempre, si dice, tra i 12 e i 16 miliardi di dollari. Per queste grosse operazioni, le società assoldano i colossi finanziari perché si occupino della “sottoscrizione” dei titoli emessi: in sostanza, la garanzia di accollarsi le azioni nel caso ne rimanessero di invendute.

Per questo servizio, le banche di investimento chiedono ovviamente una commissione (fee), nell’ordine del 3%. E solitamente nessuna gioca al ribasso, innescando quello che in teoria dei giochi si definisce “equilibrio cooperativo”.

Goldman, che sapeva di non avere la leadership in questa transazione (è fortemente legata a Ford, competitor di GM), ha proposto al Tesoro americano, che detiene il 61% della casa automobilistica, una sforbiciata delle commissioni allo 0.75%. Una proposta a cui il Tesoro, che deve rispondere anche delle decine di miliardi di dollari  pubblici spesi per salvare GM lo scorso anno, ovviamente non ha detto di no.

E che ha costretto tutte le altre banche, per non venire tagliate fuori, a ridurre drasticamente le loro pretese. Così – sempre secondo le fonti di Bloomberg, i ricavi si attesteranno “solo” su 120 milioni di dollari, mentre avrebbero potuto essere 4 volte tanti.

Vedremo come si comporteranno le altre in futuro in una situazione analoga. I meccanismi di ritorsione in giochi come questi – a informazione incompleta e ripetuti nel tempo – sono moltplici, ma in rarissimi casi portano ad un equilibrio paretiano, soddisfacente per tutti.

I contribuenti americani, comunque, ringraziano.


Quel che scontano i mercati

agosto 12, 2010

Si fa presto a dire “aspettative razionali” oppure “il mercato ha già scontato tutte le informazioni”. Poi arriva un evento reale, tangibile, e – anche se atteso in larghissima parte – le Borse colano a picco.

E’ quello che è successo tra martedì e mercoledì sui listini di tutto il mondo dopo la delibera del Fomc (il braccio operativo della Federal Reserve in tema di decisioni monetarie) di lasciare invariati i tassi americani nella forchetta compresa tra 0 e 0.25% e di modulare l’allentamento monetario (il famoso quantitative easing) attraverso l’acquisto di bond bancari garantiti da mutui. In pratica, ripulire ancora un po’ i bilanci degli istituti di credito in cambio di liquidità. Solo che la Fed ha deciso di impegnare in questa operazione solo i proventi delle analoghe operazioni precedenti, invece di impegnare soldi freschi allargando ancor più il bilancio della Banca Centrale.

Bernanke, a riguardo, aveva già detto tutto quello che c’era da dire. Si supponeva (almeno, io lo facevo) che i mercati lo avessero preso in parola. E invece, quando il Fomc ha ufficializzato la linea “non-ultra-accomodante” della Fed, i mercati si sono fatti prendere – al solito – dall’irrazionalità. I timori che la più grande economia della Terra, gli Stati Uniti, chiudano il 2010 in rallentamento è ormai una certezza; la Cina è ancora ben lungi dall’essere il motore della ripresa auspicato da tanti (il suo avanzo commerciale anzi è cresciuto a luglio: segno che le importazioni non tengono il passo delle esportazioni); l’Europa è ferma in uno stallo che la sola Germania non può oggettivamente infrangere.

Un panico, quello di ieri, del tutto speculare all’euforia che ha alimentato il rally di questi ultimi 30 giorni. In una sola seduta, i guadagni di un mese si sono praticamente azzerati. La volatilità, è sempre bene ricordarlo, è la prima nemica della stabilità e della possibilità di pianificare il futuro. In Borsa come altrove.


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