La proposta di Bill Gross su Fannie e Freddie

agosto 17, 2010

Data k0ora tarda, sarò lapidario.

Chi è Bill Gross? Il capo di Pimco, il più grande gestore al mondo di bond. Compresi i mutui immobiliari. E’ una delle voci più ascoltate ed influenti di Wall Street.

Di cosa si parla quando si fa riferimento a Fannie e Freddie? Sono i due colossi semi-governativi del prestito immobiliare. Detengono una quota enorme dei debiti ipotecari degli americani che si sono comprati una casa negli ultimi anni. Godono di un’implicita garanzia pubblica, che permette ai tassi ipotecari di essere accessibili per molte più persone. Con la crisi dei subprime, i due giganti sono stati in crisi, tanto che il governo ha dovuto salvarli con 148 miliardi di dollari e porli sotto amministrazione controllata (conservatorship). Ma il nodo delle insolvenze potrebbe portarle nuovamente sull’orlo del tracollo, tanto che entrambe hanno chiesto un nuovo intervento pubblico.

Cosa propone Gross? Che su tutti i mutui pendenti (i cui debitori non sono in sofferenza) e su quelli nuovi a – poniamo – 30 anni, lo Stato imponga un abbassamento dei tassi dal 5-7% al 4%, cosa che ovviamente dilaterebbe la vita dei pagamenti. Così facendo, diminuirebbe il numero dei default e si sosterrebbe il valore degli immobili, dal 2 al 5%. E’ questa una mossa che consentirebbe ai cittadini proprietari di case, che usano il valore degli immobili come collaterale per nuovi finanziamenti, di aumentare il proprio potere di acquisto, dunque (almeno in teoria) i consumi.

E’ una visione utopica, quella di Gross, non fosse altro perché costerebbe al momento tra i 50 e i 60 miliardi di dollari, che a pochi mesi dalle elezioni di mid-term Washington non concederà mai. Ma segnala due cose sacrosante:

1. Che il nodo gordiano dei mutui immobiliari – da cui un po’ tutto nacque – è ancora lì pronto a esplodere. Una bomba a cui solo temporaneamente è stata inumidita la miccia.

2. Che il programma di stimolo di Obama sta esaurendo i suoi effetti. Non potendo gravare su un deficit oltre il 10% del Pil, è necessario ricorrere a iniziative a costo zero.

Quella di Gross, a ben vedere, più che non costare nulla sembra spostare l’orizzonte di riscossione un po’ più in là negli anni. Vedremo cosa farà l’Amministrazione Obama.


E Goldman Sachs fa dumping…

agosto 16, 2010

Continua l’epopea di Goldman Sachs, che aggiunge una nuova ciliegina al suo già nutrito palmares di sospetti, ritorsioni e condotte poco commendevoli in seno a Wall Street. (Un’indagine di Bloomberg tra 1001 analisti e investitori a giugno ha mostrato come l’istituto di Lloyd Blankfein sia quello che è sceso di più come popolarità). Ma stavolta, nessuno potrà rimproverarle nulla.

In breve, GS è tra le grandi banche di Wall Street che si occuperà della quotazione di General Motors, che ritornerà in grande stile sul listino newyorchese. La seconda IPO di sempre, si dice, tra i 12 e i 16 miliardi di dollari. Per queste grosse operazioni, le società assoldano i colossi finanziari perché si occupino della “sottoscrizione” dei titoli emessi: in sostanza, la garanzia di accollarsi le azioni nel caso ne rimanessero di invendute.

Per questo servizio, le banche di investimento chiedono ovviamente una commissione (fee), nell’ordine del 3%. E solitamente nessuna gioca al ribasso, innescando quello che in teoria dei giochi si definisce “equilibrio cooperativo”.

Goldman, che sapeva di non avere la leadership in questa transazione (è fortemente legata a Ford, competitor di GM), ha proposto al Tesoro americano, che detiene il 61% della casa automobilistica, una sforbiciata delle commissioni allo 0.75%. Una proposta a cui il Tesoro, che deve rispondere anche delle decine di miliardi di dollari  pubblici spesi per salvare GM lo scorso anno, ovviamente non ha detto di no.

E che ha costretto tutte le altre banche, per non venire tagliate fuori, a ridurre drasticamente le loro pretese. Così – sempre secondo le fonti di Bloomberg, i ricavi si attesteranno “solo” su 120 milioni di dollari, mentre avrebbero potuto essere 4 volte tanti.

Vedremo come si comporteranno le altre in futuro in una situazione analoga. I meccanismi di ritorsione in giochi come questi – a informazione incompleta e ripetuti nel tempo – sono moltplici, ma in rarissimi casi portano ad un equilibrio paretiano, soddisfacente per tutti.

I contribuenti americani, comunque, ringraziano.


Quel che scontano i mercati

agosto 12, 2010

Si fa presto a dire “aspettative razionali” oppure “il mercato ha già scontato tutte le informazioni”. Poi arriva un evento reale, tangibile, e – anche se atteso in larghissima parte – le Borse colano a picco.

E’ quello che è successo tra martedì e mercoledì sui listini di tutto il mondo dopo la delibera del Fomc (il braccio operativo della Federal Reserve in tema di decisioni monetarie) di lasciare invariati i tassi americani nella forchetta compresa tra 0 e 0.25% e di modulare l’allentamento monetario (il famoso quantitative easing) attraverso l’acquisto di bond bancari garantiti da mutui. In pratica, ripulire ancora un po’ i bilanci degli istituti di credito in cambio di liquidità. Solo che la Fed ha deciso di impegnare in questa operazione solo i proventi delle analoghe operazioni precedenti, invece di impegnare soldi freschi allargando ancor più il bilancio della Banca Centrale.

Bernanke, a riguardo, aveva già detto tutto quello che c’era da dire. Si supponeva (almeno, io lo facevo) che i mercati lo avessero preso in parola. E invece, quando il Fomc ha ufficializzato la linea “non-ultra-accomodante” della Fed, i mercati si sono fatti prendere – al solito – dall’irrazionalità. I timori che la più grande economia della Terra, gli Stati Uniti, chiudano il 2010 in rallentamento è ormai una certezza; la Cina è ancora ben lungi dall’essere il motore della ripresa auspicato da tanti (il suo avanzo commerciale anzi è cresciuto a luglio: segno che le importazioni non tengono il passo delle esportazioni); l’Europa è ferma in uno stallo che la sola Germania non può oggettivamente infrangere.

Un panico, quello di ieri, del tutto speculare all’euforia che ha alimentato il rally di questi ultimi 30 giorni. In una sola seduta, i guadagni di un mese si sono praticamente azzerati. La volatilità, è sempre bene ricordarlo, è la prima nemica della stabilità e della possibilità di pianificare il futuro. In Borsa come altrove.


E se nel frattempo non ci accorgessimo che…

agosto 3, 2010

Questi mesi sono stati – giustamente – improntati all’attenzione verso la crisi dei titoli di debito pubblico. La recessione ha lasciato in eredità programmi di stimolo molto costosi (Usa), salvataggi e nazionalizzazioni di istituti di credito (ancora Usa, Inghilterra, Germania) o ha congelato ulteriormente la già fiacca crescita, erodendo la base fiscale imponibile e sacrificando le speranze di rilancio infrastrutturale (Italia, Grecia soprattutto). Tutto ciò ha costretto gli Stati ad indebitarsi sempre più, a costi sempre più alti (il giochino del titolo di debito sovrano come “porto sicuro” per l’investitore non poteva durare in eterno) e con scadenze sempre più ravvicinate.

Il focus, dicevo, è sacrosanto, anche in ragione delle pesanti manovre di austerità varate dai singoli governi (anche chi non ne aveva strettamente necessità: è il caso della Germania).

Poi, però, c’è il debito privato. Quello che imprese e famiglie si sono fatte prestare per fronteggiare la crisi.

Si è soliti ricordare che l’Italia è uscita meglio dallo tsunami grazie al basso tasso di indebitamento dei singoli individui e alla scarsa propensione delle proprie banche verso indebitamenti esagerati. Questo ragionamento rischia però di occultare due verità emergenti: che il credito al consumo da parte dei ceti meno abbienti era un fenomeno in espansione anche in Italia, e che i nostri istituti, già alla fine del 2010, avranno una montagna di debiti che giungerà a scadenza: 69 miliardi di dollari per il 2010, ben 157 nel 2011. Solo IntesaSanpaolo al 31 dicembre dovrà rifinanziare bond pari a 28 miliardi di dollari: quasi come la manovra biennale licenziata da Tremonti.

Il pensiero controintuitivo, spesso, è anche quello più utile.

Richiesto di citare qualche fonte, faccio ammenda e cerco di recuperare. Sulla crescita del fenomeno del credito al consumo in Italia, ho fatto riferimento ad un’indagine della Banca d’Italia pubblicata nel novembre 2009 (documento allegato in ipertesto, vd. pag. 6). Sui debiti in scadenza per le banche italiane, l’ho letto sul sito WallStreetItalia.it del 3 agosto 2010. Chiedo venia per le mancanze, ancor più perché mi picco di diventare un giornalista serio e scrupoloso. Ciao!

P.s. Quando si dice “lupus in fabula”. Ecco un lancio dell’agenzia Agi delle 14.50 di oggi: Bankitalia: aumentano debiti famiglie, +3% (base annua) primi tre mesi 2010.


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