Basilea III – La supervendetta

settembre 13, 2010

Disorientato dal balletto di cifre, percentuali e soglie che io stesso ho contribuito a fomentare, cerco di fare chiarezza sullo schema prospettato ieri dal Comitato di Basilea, che riguarda i requisiti patrimoniali imposti alle banche.

Prima di tutto, il capital ratio rimane all’8%. E’ questo il principale (anche se meno restrittivo) indicatore di capitalizzazione: il patrimonio netto della banca / le attività pesate per la loro rischiosità. Vale a dire: un credito a brevissima scadenza, magari overnight, ha un rischio praticamente nullo. Di conseguenza, è come se non fosse conteggiato nel computo degli impieghi della banca: non è necessario accantonare alcunché sul lato del capitale.

Sono cambiati invece i vincoli dentro questa soglia. In sostanza, si impone che gran parte del capitale da detenere sia nella forma di azioni ordinarie (common equity). Sono le azioni tipiche, con diritto di voto e senza nessun privilegio di rimborso: i migliori strumenti per assorbire una perdita, visto che non sono caricate di alcuna obbligazione compensativa. La soglia – sempre rispetto alle attività pesate per il rischio – passa dal 2 al 4,5%.

In più, viene fissata una quota supplementare del 2,5% da detenere sempre in azioni ordinarie che funga da primo cuscinetto di “conservazione” nel caso il 4,5% iniziale non sia sufficiente a ripianare le perdite della banca. Questo cuscinetto è obbligatorio. Tanto più la banca non lo soddisfa, tanto meno sarà autorizzata a distribuire utili.

4,5+2,5=7% di attivo che le banche dovranno detenere come azioni ordinarie. Ripeto: i titoli più sicuri per assorbire una perdita.

La vera novità a mio avviso sta in un ulteriore cuscinetto, variabile a seconda delle volontà dei regolatori nazionali (la Banca d’Italia, nel nostro caso). E’ la reale componente anti-ciclica che tutti gli economisti imputavano mancare a Basilea 2. La forchetta è fissata tra lo 0 e il 2,5% di capitale (non solo common equity): se il mercato del credito è in forte accelerazione e grande è il rischio di una bolla, si aziona la levetta su “on” e si impone questo ulteriore accantonamento. Altrimenti, si lascia che il cuscinetto rimanga sgonfio.

Si tratta dunque di un 2,5% supplementare e – in ultima analisi – facoltativo. Se sarà sufficeinte, e, soprattutto, se i regolatori avranno la forza politica per affermarlo, è tutto da vedere. La levata di scudi preventiva dei banchieri sugli esiti nefasti di Basilea 3 fa temere di no.

La confusione, a livello di cifre, è stata con il Tier1, che comprende il primo 4,5% di common equity, più altri titoli finanziari qualificati. Questo, passa dal 4 al 6%, secondo i nuovi dettami di Basilea: ma non è l’indicatore più immediato. Quello è il capital ratio, che rimane come abbiamo detto all’8%.

I tempi per l’adeguamento ai nuovi vincoli patrimoniali sono biblici. Prime implementazioni nel 2013, vincoli di common equity a partire dal 2015. Come adeguarsi? Innanzitutto, trattenendo gli utili, in secondo luogo con aumenti di capitale. Procedure comunque rischiose sui mercati finanziari, che per il momento hanno reagito bene.


I test che sono uno stress

luglio 6, 2010

Gli stress test sulla solidità delle banche europee sono essi stessi fonte di nervosismo per banche e mercati. Come saranno, come e se saranno pubblicati: nessuno ancora lo sa con certezza, nonostante le continue assicurazioni dei vertici Ue e Bce.

Due le apocalissi che i tecnici Ue mettono in conto:

1. Che prenda corpo la tanto temuta “double-dip recession”, cioè che l’economia continentale ripiombi tra qualche mese in recessione;

2. Che un paese dell’area euro (sono aperte le scommesse) fallisca, rendendo vani tutti gli sforzi, tardivi, dei vertici europei.

I test mirano a verificare che, nell’eventualità di uno sfacelo, le banche abbiano sufficiente “cuscinetto” di capitale proprio per arginare la svalutazione degli attivi. In America li hanno già fatti alle principali 19 banche e 10 sono risultate sottocapitalizzate.

Il vero casino, però, lo sta facendo la bagarre sulla loro pubblicazione. Le banche, comprensibilmente, rimangono guardinghe su un test che potrebbe palesare ai mercati tutta la loro fragilità. D’altro canto, decidere di non pubblicarli è anche peggio, poiché difonderebbe nel mercato uno “stigma” negativo su quell’istituto.

In tutto questo trambusto di date e dichiarazioni, gli speculatori si stanno sfregando le mani: per loro è meglio vivere nell’assoluta incertezza piuttosto che in epoca di rischio calcolato.


Un giorno, per strada

marzo 3, 2010

Uomo della strada: Ma le banche non stavano male perchè avevano in pancia i titoli tossici, legati ai mutui subprime?

Uomo sul piedistallo (economista): Sì. Poi i governi le hanno salvate con i soldi pubblici, finanziati mediante emissione di debito sovrano.

Uomo della strada: Per questo i deficit degli Stati sono così alti?

Uomo sul piedistallo: In larga parte, sì.

Uomo della strada: E poi che è successo? Perchè le banche sono ancora nei guai?

Uomo sul piedistallo: E’ successo che molte banche, in tempo di burrasca, si sono rifugiate nel porto sicuro (risk free, in gergo) delle obbligazioni di Stato. Si sono comprati parte dei soldi che le hanno salvate. In attesa che passasse la buriana. Ma la buriana si è spostata dai subprime proprio ai titoli di Stato, considerati non più esenti da rischio.

Uomo della strada: Ma titoli più rischiosi non sono anche più remunerativi?

Uomo sul piedistallo: Certo, se le banche si potessero permettere di aspettare la scadenza dell’obbligazione, ci guadagnerebbero. Ma siccome agiscono sul breve termine, sono più interessate al valore di mercato di tali obbligazioni, che in questo momento sta diminuendo drasticamente.

Uomo della strada: Hanno paura quindi di non trovare acquirenti in caso di bisogno?

Uomo sul piedistallo: Bravo uomo della strada, stai cominciando a capire.

Uomo della strada: Grazie, uomo sul piedistallo.

Uomo sul piedistallo: Prego, non c’è di che. Ah, un’ultima cosa.

Uomo della strada: Dimmi, uomo sul piedistallo.

Uomo sul piedistallo: Mi aiuteresti a scendere?


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