Disorientato dal balletto di cifre, percentuali e soglie che io stesso ho contribuito a fomentare, cerco di fare chiarezza sullo schema prospettato ieri dal Comitato di Basilea, che riguarda i requisiti patrimoniali imposti alle banche.
Prima di tutto, il capital ratio rimane all’8%. E’ questo il principale (anche se meno restrittivo) indicatore di capitalizzazione: il patrimonio netto della banca / le attività pesate per la loro rischiosità. Vale a dire: un credito a brevissima scadenza, magari overnight, ha un rischio praticamente nullo. Di conseguenza, è come se non fosse conteggiato nel computo degli impieghi della banca: non è necessario accantonare alcunché sul lato del capitale.
Sono cambiati invece i vincoli dentro questa soglia. In sostanza, si impone che gran parte del capitale da detenere sia nella forma di azioni ordinarie (common equity). Sono le azioni tipiche, con diritto di voto e senza nessun privilegio di rimborso: i migliori strumenti per assorbire una perdita, visto che non sono caricate di alcuna obbligazione compensativa. La soglia – sempre rispetto alle attività pesate per il rischio – passa dal 2 al 4,5%.
In più, viene fissata una quota supplementare del 2,5% da detenere sempre in azioni ordinarie che funga da primo cuscinetto di “conservazione” nel caso il 4,5% iniziale non sia sufficiente a ripianare le perdite della banca. Questo cuscinetto è obbligatorio. Tanto più la banca non lo soddisfa, tanto meno sarà autorizzata a distribuire utili.
4,5+2,5=7% di attivo che le banche dovranno detenere come azioni ordinarie. Ripeto: i titoli più sicuri per assorbire una perdita.
La vera novità a mio avviso sta in un ulteriore cuscinetto, variabile a seconda delle volontà dei regolatori nazionali (la Banca d’Italia, nel nostro caso). E’ la reale componente anti-ciclica che tutti gli economisti imputavano mancare a Basilea 2. La forchetta è fissata tra lo 0 e il 2,5% di capitale (non solo common equity): se il mercato del credito è in forte accelerazione e grande è il rischio di una bolla, si aziona la levetta su “on” e si impone questo ulteriore accantonamento. Altrimenti, si lascia che il cuscinetto rimanga sgonfio.
Si tratta dunque di un 2,5% supplementare e – in ultima analisi – facoltativo. Se sarà sufficeinte, e, soprattutto, se i regolatori avranno la forza politica per affermarlo, è tutto da vedere. La levata di scudi preventiva dei banchieri sugli esiti nefasti di Basilea 3 fa temere di no.
La confusione, a livello di cifre, è stata con il Tier1, che comprende il primo 4,5% di common equity, più altri titoli finanziari qualificati. Questo, passa dal 4 al 6%, secondo i nuovi dettami di Basilea: ma non è l’indicatore più immediato. Quello è il capital ratio, che rimane come abbiamo detto all’8%.
I tempi per l’adeguamento ai nuovi vincoli patrimoniali sono biblici. Prime implementazioni nel 2013, vincoli di common equity a partire dal 2015. Come adeguarsi? Innanzitutto, trattenendo gli utili, in secondo luogo con aumenti di capitale. Procedure comunque rischiose sui mercati finanziari, che per il momento hanno reagito bene.
Pubblicato da economictag