Una sola, grande pillola dal mondo. Il caso che sta tenendo l’intera intellighenzia di Wall Street col fiato sospeso, in concomitanza con quella che aspira ad essere la più incisiva riforma finanziaria dell’ultimo secolo.
1. Goldman Sachs. Rimaniamo terra terra per (cercare di) spiegare l’accusa principale mossa dalla Sec (l’autorità che controlla la Borsa americana) all’investment bank guidata da Lloyd Blankfein. In questo contesto si stanno sviluppando molti altri filoni con al centro Goldman Sachs (GS), che chiamano in causa la politicizzazione dell’organo di vigilanza finanziaria. Noi ci atteniamo all’evento di mercato che ha scatenato il putiferio.
Dunque, GS in qualità di banca d’affari ha la facoltà di “creare” prodotti derivati: compra mutui dai più svariati erogatori, li impacchetta, li spezzetta e li rivende sottoforma di obbligazioni agli investitori. A loro volta banche, o semplici sottoscrittori privati. All’apice dell’era subprime, GS (come tanti altri istituti) prendeva i crediti più rischiosi, li etichettava secondo profili di insolvenza (i più rischiosi davano rendimenti più alti) e li cedeva a chi era disposto ad accollarsi l’alea di un’insolvenza sui mutui (totale o parziale). Fin qui, tutto ordinario. Se non che (secondo la Sec), GS avrebbe deliberatamente scelto, tra tutti i mutui possibili, quelli indicati dal fondo di investimento (o hedge fund) John Paulson, che nel frattempo aveva scommesso sul ribasso del valore di quelli stessi mutui, attraverso i Cds. Non è ancora chiaro se la stessa GS avesse inserito nei titoli che vendeva (tecnicamente, Cdo sintetici), scommesse sul loro ribasso (una posizione “short”, come si dice in gergo). Niente di illegale, intendiamoci, a patto che lo si riferisca nel prospetto di acquisto mostrato all’acquirente. Cosa che GS avrebbe omesso di fare, specialmente nei confronti della banca tedesca Ikb, che ha infatti innescato il controllo dell’autorità di vigilanza tedesca, omologa della Sec.
Come sottolinea l’Economist, non si imputa a GS nè di aver venduto titoli legati ai subprime (d’altronde lo facevano tutti), nè di aver eventualmente scommesso contro di essi (i Cds sono uno strumento salutare per il sistema nel suo complesso, come ricordato da Zingales nel suo fondo di giovedì scorso). Nemmeno si rinfaccia a Blankfein e C. di aver ottenuto lauti sussidi statali (circa 22 miliardi di dollari) per rimpinguare i propri bilanci in piena crisi da writedowns (prestiti peraltro quasi interamente restituiti). L’accusa è di aver deliberatamente nascosto o alterato alcuni elementi fondamentali per la conoscenza della controparte, abusando dell’asimmetria informativa a lei favorevole e sconfinando nell’azzardo morale. Minando, e non poco, la reputazione della banca.
Pubblicato da economictag 