Quel che scontano i mercati

agosto 12, 2010

Si fa presto a dire “aspettative razionali” oppure “il mercato ha già scontato tutte le informazioni”. Poi arriva un evento reale, tangibile, e – anche se atteso in larghissima parte – le Borse colano a picco.

E’ quello che è successo tra martedì e mercoledì sui listini di tutto il mondo dopo la delibera del Fomc (il braccio operativo della Federal Reserve in tema di decisioni monetarie) di lasciare invariati i tassi americani nella forchetta compresa tra 0 e 0.25% e di modulare l’allentamento monetario (il famoso quantitative easing) attraverso l’acquisto di bond bancari garantiti da mutui. In pratica, ripulire ancora un po’ i bilanci degli istituti di credito in cambio di liquidità. Solo che la Fed ha deciso di impegnare in questa operazione solo i proventi delle analoghe operazioni precedenti, invece di impegnare soldi freschi allargando ancor più il bilancio della Banca Centrale.

Bernanke, a riguardo, aveva già detto tutto quello che c’era da dire. Si supponeva (almeno, io lo facevo) che i mercati lo avessero preso in parola. E invece, quando il Fomc ha ufficializzato la linea “non-ultra-accomodante” della Fed, i mercati si sono fatti prendere – al solito – dall’irrazionalità. I timori che la più grande economia della Terra, gli Stati Uniti, chiudano il 2010 in rallentamento è ormai una certezza; la Cina è ancora ben lungi dall’essere il motore della ripresa auspicato da tanti (il suo avanzo commerciale anzi è cresciuto a luglio: segno che le importazioni non tengono il passo delle esportazioni); l’Europa è ferma in uno stallo che la sola Germania non può oggettivamente infrangere.

Un panico, quello di ieri, del tutto speculare all’euforia che ha alimentato il rally di questi ultimi 30 giorni. In una sola seduta, i guadagni di un mese si sono praticamente azzerati. La volatilità, è sempre bene ricordarlo, è la prima nemica della stabilità e della possibilità di pianificare il futuro. In Borsa come altrove.


Speculare sulla Cina? Un rischio troppo grosso

giugno 22, 2010

Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. Così, le tanto strombazzate manovre cinesi di apprezzamento dello yuan sono buone – forse – per ammorbidire i toni in vista del prossimo G-20 a Toronto, certo non sono sufficienti a impressionare i mercati.

Cosa è successo? Dopo mesi di moral suasion internazionale (Usa in particolare), il governo cinese ha preannunciato un graduale sganciamento dal dollaro. Da due anni a questa parte la Banca Centrale di Pechino – che ha enormi risorse per farlo – ha tenuto volutamente basso il cambio della valuta nazionale (un dollaro per 6,8 yuan), in modo da agevolare le esportazioni. Verso gli Usa soprattutto. E’ una pratica che in realtà la Cina persegue da decenni, con l’unica eccezione della finestra 2005-08, quando permise allo yuan di fluttuare entro la banda di oscillazione dello 0.5%.

In questi giorni, le autorità cinesi hanno reintrodotto lo stesso meccanismo, con le stesse modalità e la stessa trading band rispetto a un cambio di riferimento fissato giornalmente. Insomma, nulla che possa sfuggire loro di mano. Ieri Pechino ha lasciato che lo yuan si apprezzasse dello 0.42%: evento salutato come salvifico, in vista di un progressivo aggiornamento del reference rate. Bene: oggi la Cina ha innalzato l’asticella della sua valuta dello 0.43%, ossia lasciando esattamente tutto invariato a ieri. Risultato? Lo yuan è già sceso dello 0.26%, in risposta alle mosse della banca centrale che sta comprando dollari in forze per scongiurare eccessi speculativi sull’apprezzamento cinese.

La morale è che le autorità di Pechino hanno la forza per piegare qualsivoglia spinta speculativa al rialzo. La hot money dei grandi investitori, che già si appresta ad invadere la Cina puntando su un inevitabile rafforzamento della parità, è avvertita.


Amico del Giappone

aprile 15, 2010

Nel giorno in cui la Cina fa segnare uno stupefacente +11.9% nel primo trimestre 2010, il resto del mondo si interroga sul futuro del suo parente più prossimo, il Giappone. Lo scatto cinese non potrà che avere benefici per il paese del Sol Levante, strutturalmente improntato all’export. Un aiuto benedetto, viste le condizioni in cui versa l’economia nipponica. Un indicatore rilevante è il gap tra Pil potenziale (in cui tutti i fattori produttivi sono impiegati a pieno regime) e quello effettivo: tale distanza è esplosa nel 2009, arrivando al 7%. Ciò vuol dire che l’arsenale industriale dei giapponesi è sottoutilizzato, sta invecchiando nelle fabbriche: un costo implicito di cui le istituzioni non sembrano tener conto.

Il mix di debito dilagante (190% rispetto al Pil, di gran lunga il rapporto più elevato in tutto l’Occidente), moneta forte e scarsa propensione al consumo sta lentamente spegnendo le velleità del Giappone, rassegnatosi ormai a ruolo di potenza marginale, all’ombra del dragone cinese. Il recente cambio di direzione politica, che ha premiato i democratici dopo 55 anni di dominio conservatore, non sembra aver cambiato l’atteggiamento delle istituzioni, quasi fataliste nell’osservare tale sprofondamento.

Sarà che ci hanno provato per 20 anni e non hanno ricavato un granché per far uscire la nazione dalla recessione: la politica monetaria, in particolare, ha portato inutilmente i tassi quasi fino allo 0%, senza che ciò ridesse vitalità agli investimenti (che erano stati massicci nei decenni precedenti e non lasciavano margini di crescita) e ai consumi. Il fenomeno, in macroeconomia, prende il nome di “trappola della liquidità”: tutto il denaro della Bank of Japan non riuscirà a cambiare le abitudini dei giapponesi. Quando si accorgeranno della tempesta, si ritroveranno completamente fradici.


La Cina difetta di autostima (non si apprezza)

aprile 3, 2010

Nell’inerzia post-prandiale tipica dei giorni di festa, segnalo un interessante articolo sul discusso apprezzamento del renminbi cinese. Krugman lo ritiene la principale causa del disavanzo commerciale Usa. Tale squilibrio, in realtà, è cominciato anni prima. Questo articolo lo descrive con chiarezza e semplicità.

http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001625.html

Buona Pasqua a tutti.


Cara la mia Cina

marzo 8, 2010

Uno yuan apprezzato: mao dire mao?

Regola numero uno: andare sempre oltre le apparenze.

Prendete l’annunciato cambio di strategia valutaria della Cina, che per bocca del suo banchiere centrale Zhou Xiaochuan ha dichiarato che sono al vaglio degli esperti soluzioni alternative all’agganciamento dello yuan sul dollaro. In sostanza, questo aprirebbe le porte ad un graduale apprezzamento della valuta nazionale cinese, con sommo giubilo delle autorità statunitensi e mondiali (le esportazioni del Dragone diventerebbero più costose). Finora, con un meccanismo che dura da quasi 40 anni, e che si era interrotto solo dal 2005 al 2008, la valuta di Pechino è sempre stata agganciata a quella di Washington: se quest’ultima scende, anche i beni cinesi diventano meno cari e così via, in quella che è rimasta la principale fonte di distorsione del libero mercato internazionale dei cambi.

Come dicevamo, bisogna andare oltre la dichiarazione di facciata. In primis, perchè serviranno comunque anni affinché l’apprezzamento dello yuan si trasferisca alle esportazioni, che ci mettono sempre un po’ prima di reagire (lo sentirete nominare come “effetto J”). Secondariamente, segnala un trend inesorabile, che vedrà la Cina sempre più come importatore di beni che non è in grado di riprodurre (che ancora, evidentemente, esistono), data la spasmodica crescita del suo ceto medio, che conta 200 milioni di persone ma è destinato al mezzo milairdo nel volgere di pochi anni. Per questa classe di persone non produttiva una valuta più forte è un guadagno: pensate solo al turismo.

Rimane da vedere se questa mossa prenderà concretamente corpo nei prossimi mesi, e se si tratterà di un’iniziativa volta a rinsaldare il consenso del governo centrale tra le sempre più numerose classi agiate di Pechino, Canton e Shanghai.


Cercare con Google la parola “declino”?

gennaio 16, 2010

E’ presto per dire se la parabola di Google – la parola del decennio secondo la American Dialect Society – si stia facendo discendente, ma è un fatto che gli ultimi avvenimenti cinesi ne hanno intaccato, e non poco, la solidità e credibilità internazionali.

La minaccia di abbandono del mercato asiatico giunge dopo 4 anni, in cui il colosso di Mountain View non è riuscito a sfondare la quota del 10-12%. La concorrenza dei motori di ricerca come Baidu (ben oltre il 50%) e delle centinaia di start up cinesi che riecheggiano il fenomeno della Silicon Valley di 15 anni fa, non permettono a Brin e Page di dominare il settore. Certo, il potenziale di internauti cinesi rimane il più appetibile al mondo, ma date le premesse difficilmente sarebbe Google ad accaparrarsi la fetta migliore.

La presa morale di coscienza, inoltre, stona un po’ se consideriamo che dal 2006 Google ha avallato ogni forma di censura, dal Tibet allo Xinjiang. Appare piuttosto come il tentativo di accreditarsi di fronte alla clientela americana – ancora saldamente controllata, ma per quanto? -, in previsione di un imminente sbarco cinese sul mercato del web a stelle e strisce.

Terzo elemento, gran parte delle società della Silicon Valley non sta supportando la campagna della loro azienda leader. Nonostante i cyber-attacchi ricevuti, di cui Google si è fatta rivelatrice, il mercato cinese è troppo importante per poter uscire allo scoperto con delle accuse. La perdita del retroterra culturale della west coast liberale sarebbe la sconfitta più difficile da superare per Google.


Dracula, stai lontano dalla Cina

novembre 26, 2009

A Pechino il prezzo dell’aglio, di cui la Cina è il massimo esportatore mondiale, è 15 volte più alto di quanto fosse a marzo. I motivi? La diminuzione delle aree messe a coltura nel 2007-08 quando i prezzi dei bulbi sono crollati e, soprattutto, la convinzione che aiuti a tenere lontana l’influenza suina (e l’alito buono). Annusata l’aria (indovinate di cosa sapeva?), gli speculatori cinesi si sono subito messi all’opera per rastrellare la maggior quantità possibile di aglio, stoccarlo in enormi magazzini (procacciati grazie all’immensa liquidità che ha inondato i mercati negli ultimi mesi), contingentare l’offerta e puntare al rialzo. Il sottoterra del mercato ortofrutticolo di Shanghai, ad esempio, è invaso da corone d’aglio, mentre altrove è carente. Così il prezzo esplode verso l’alto, e le puntate degli speculatori/magazzinieri sbancano. Nelle tasche, milioni di dollari e di bulbi. Dracula, se leggi il blog per un po’ stai alla larga dalla Cina.


Domanda per la domanda cinese (o domanda al quadrato)

novembre 25, 2009

E’ opinione comune che, tra le mille cause del credit crunch planetario, vi sia stata l’eccessiva propensione al risparmio dei cinesi, che hanno investito la loro liquidità in particolare sul mercato americano. Inondati di denaro, gli americani a lungo si sono permessi di vivere al di sopra dei propri mezzi.

Allo stesso modo, è convinzione diffusa che la locomotiva della ripresa globale dovrà essere la domanda interna cinese, ancora troppo scarsa.

Eppure, da anni le cronache dalla Cina ci raccontano di un mondo in preda ad una sorta di bulimia consumistica, almeno nelle grandi metropoli. Ristoranti e negozi aumentano a dismisura, e i brand occidentali (ormai non più nel senso della proprietà, ma della tipologia di prodotto) conquistano sempre più mercato. I cinesi del ceto medio che assaggiano per la prima volta gli agi e il benessere hanno una tendenza a spendere molto elevata.

Ma allora, in che senso i cinesi devono mettersi a consumare di più se già sembrano affetti da shopping compulsivo?

In primo luogo, la classe media che può spendere e spandere, per quanto estesa (250 milioni di persone), rappresenta ancora solo 1/5 dell’intera popolazione cinese. Tutti gli altri, specialmente in campagna, sono ancora costretti a risparmi molto ingenti per garantirsi la pensione, l’assicurazione sanitaria e l’educazione per i figli, che nella Cina comunista sono appannaggio dell’iniziativa privata. Inoltre, molti lavoratori sono pagati troppo poo: nella torta tra profitti  e salari, la fetta dei primi è di gran lunga preponderante.

Per tutti questi motivi, una rivalutazione dello yuan sarebbe benvenuta: permetterebbe a tanti cinesi di accedere a merci straniere – magari di qualità, come l’abbigliamento italiano – e ridurrebbe i profitti esteri delle aziende esportatrici, spostando così la bilancia su posizioni meno inique. Per ora, il controllo del cambio da parte del Consiglio di Stato cinese (e non della Banca Centrale) è ferreo, sebbene lasci intendere un apprezzamento di circa il 20% nei prossimi anni. I nuovi ceti, ingolositi dall’agiatezza dei colletti bianchi, sapranno aspettare?


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