Di tutto l’affaire Profumo rimangono degli aspetti poco chiari.
Primo, e lo hanno ribadito tutti, come si possa pensare di costringere all’addio un ceo senza aver prima pronto un sostituto. Un blitzkrieg ha successo quando gli avamposti superano le linee nemiche: qui mi pare che la prima linea (Rampl, le Fondazioni) sia ancora molto indietro.
Secondo, com’è possibile che gli azionisti non fossero al corrente del progresso dei libici nel capitale di Unicredit? Ammesso che la Consob registra sempre con qualche ritardo gli acquisti di azioni (l’ultimo avanzamento dello 0,5% – segnalato lunedì scorso – risaliva in realtà al 21 agosto), chi ha venduto? Quando?
Terzo punto: perché le fondazioni non hanno insistito sul vero punto punto dolente della gestione Profumo – la mancanza di dividendo negli ultimi due anni -, critica che rientrerebbe pienamente nelle loro prerogative di grandi azionisti? Perché hanno lasciato che si speculasse sulle interferenze politiche, rischiando così di assoggettarsi ancora di più al potere che ne nomina i vertici?
Tante domande che mi sono posto seguendo dal vivo tutta la vicenda. Le ricostruzioni che Massimo Giannini fa su Repubblica su un asse Geronzi-Berlusconi per far cadere Profumo paiono anche a me, francamente, inverosimili. Si impongono a questo punto alcuni ultimi quesiti: e se invece fosse vero che il Cesare del capitalismo italiano fosse più potente ora che è uscito da Mediobanca di quando invece non presiedeva Piazzetta Cuccia? E se davvero fosse all’orizzonte una fusione Generali-Mediobanca, come sembra aver confermato la longa mano di Gianni Letta, Luigi Bisignani? E se infine il matrimonio s’avesse da fare, a chi gioverebbe un arrocco simile?
Pubblicato da economictag