E se nel frattempo non ci accorgessimo che…

agosto 3, 2010

Questi mesi sono stati – giustamente – improntati all’attenzione verso la crisi dei titoli di debito pubblico. La recessione ha lasciato in eredità programmi di stimolo molto costosi (Usa), salvataggi e nazionalizzazioni di istituti di credito (ancora Usa, Inghilterra, Germania) o ha congelato ulteriormente la già fiacca crescita, erodendo la base fiscale imponibile e sacrificando le speranze di rilancio infrastrutturale (Italia, Grecia soprattutto). Tutto ciò ha costretto gli Stati ad indebitarsi sempre più, a costi sempre più alti (il giochino del titolo di debito sovrano come “porto sicuro” per l’investitore non poteva durare in eterno) e con scadenze sempre più ravvicinate.

Il focus, dicevo, è sacrosanto, anche in ragione delle pesanti manovre di austerità varate dai singoli governi (anche chi non ne aveva strettamente necessità: è il caso della Germania).

Poi, però, c’è il debito privato. Quello che imprese e famiglie si sono fatte prestare per fronteggiare la crisi.

Si è soliti ricordare che l’Italia è uscita meglio dallo tsunami grazie al basso tasso di indebitamento dei singoli individui e alla scarsa propensione delle proprie banche verso indebitamenti esagerati. Questo ragionamento rischia però di occultare due verità emergenti: che il credito al consumo da parte dei ceti meno abbienti era un fenomeno in espansione anche in Italia, e che i nostri istituti, già alla fine del 2010, avranno una montagna di debiti che giungerà a scadenza: 69 miliardi di dollari per il 2010, ben 157 nel 2011. Solo IntesaSanpaolo al 31 dicembre dovrà rifinanziare bond pari a 28 miliardi di dollari: quasi come la manovra biennale licenziata da Tremonti.

Il pensiero controintuitivo, spesso, è anche quello più utile.

Richiesto di citare qualche fonte, faccio ammenda e cerco di recuperare. Sulla crescita del fenomeno del credito al consumo in Italia, ho fatto riferimento ad un’indagine della Banca d’Italia pubblicata nel novembre 2009 (documento allegato in ipertesto, vd. pag. 6). Sui debiti in scadenza per le banche italiane, l’ho letto sul sito WallStreetItalia.it del 3 agosto 2010. Chiedo venia per le mancanze, ancor più perché mi picco di diventare un giornalista serio e scrupoloso. Ciao!

P.s. Quando si dice “lupus in fabula”. Ecco un lancio dell’agenzia Agi delle 14.50 di oggi: Bankitalia: aumentano debiti famiglie, +3% (base annua) primi tre mesi 2010.


Mandiamo in fumo un po’ di debito

marzo 17, 2010

Need more?

Lo dichiaro subito: sono un accanito non fumatore. E, banalmente, sono contento se le casse pubbliche si rimpinguano.

Per questo cito l’ultimo paper della sterminata letteratura sull’impatto dei prezzi sul consumo di sigarette. Centinaia, forse migliaia i lavori accademici nei decenni hanno cercato di scoprire se stecche più costose possono indurre qualche fumatore a smettere, o comunque limitare la portata del suo vizio. Finora, nessuna risposta uniforme: la trattazione econometrica dei dati non può essere generalizzata nel tempo e nello spazio con leggerezza. Così, prendiamo questi ultimi risultati con beneficio di inventario: la ricerca di Kostova,  Ross , Blecher e Markowitz (NBER Working Papers 15781, 2010) prende in esame i giovani (età media 14 anni) di 20 Paesi in via di sviluppo, dove il vizio del fumo sta prendendo piede in modo esorbitante. E’ verosimile che in capo al 2100 il fumo avrà fatto nella storia un miliardo di vittime. Un miliardo.

Ebbene, la ricerca conferma che un aumento del 10% dei prezzi delle sigarette, ottenuto mediante un aumento delle imposte, porta a una riduzione del consumo del 18,3%: un 6,3% smette proprio di fumare, il restante 12% diminuisce le “pause sigaretta”. In Italia, dove le accise sul tabacco sono prerogativa del monopolio di Stato, simili introiti frutterebbero un bel po’. Cerchiamo di calcolare quanto: in Italia nel 2008 (ultimo dato Istat disponibile), ogni famiglia spende in media 20 euro al mese per le sigarette. Le famiglie in Italia sono circa 22 milioni, per un fatturato complessivo di 440 milioni di euro al mese. Imponessimo un’ulteriore tassa al consumo del 10%, avremmo un gettito di 44 milioni di euro al mese, 0,52 miliardi all’anno.

Un decimo del gettito garantito dallo scudo fiscale, quindi, con una differenza non da poco: in questo caso l’obiettivo sarebbe ridurre il vizio, non incentivarlo.


Sono in debito di una spiegazione sul debito

dicembre 15, 2009

Ma – continuano a chiedermi – che sarà mai un debito pubblico che (stando alle ultime proiezioni di Bankitalia) arriverà al 120% del Pil in 2 anni? Alla fine sono anni, decenni, che ce lo portiamo dietro, e in fondo siamo sempre qua. Sì, ma a che prezzo?

Il prezzo, quello che la gente capisce perché avverte sulla propria pelle, è il tasso di interesse. Un peggioramento dei conti pubblici porta con sè un maggiore costo del denaro, dunque mutui più salati (a proposito, sono sempre più gli italiani in sofferenza con le rate) e minori possibilità di portare avanti un’idea imprenditoriale brillante. Vediamo brevemente il perché dell’equazione più debito = più interessi.

1. Il rating delle agenzie internazionali peggiora, nel senso che investire nelle obbligazioni del paese diventa più rischioso. Per continuare a attrarre investitori, si deve rendere l’investimento più appetibile: il tasso di remunerazione dei prestiti obbligazionari deve salire.

2. Più debito si accumula, più nuovo debito si emetterà: tecnicamente, l’offerta di bot supera la domanda, i prezzi degli stessi calano, il tasso di interesse dunque sale.


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