Due i fatti economici rilevanti occorsi ieri: l’Istat emana il bollettino sull’inflazione dell’intero 2009 (+0.8%), il Ministero dell’Economia pubblica i dati sul fabbisogno annuo dello Stato (85.9 miliardi di euro). I giornali mescolano i due eventi nel solito zibaldone di macroeconomia pubblica, in cui il rischio di fare confusione è alto. In più, ci si mettono i commenti più disparati, che, SULLE STESSE CIFRE, danno pareri diversi, se non opposti. L’effetto ultimo, ahimé, è sempre lo stesso: non si capisce se i dati sono coerenti con un panorama di ripresa economica, se invece sono in disaccordo, e, soprattutto, se sono consistenti tra loro.
Cominciamo con ordine: l’inflazione. Ho già detto (vd. post del 30 novembre) che, per la contenuta propensione al consumo dei cittadini italiani, un indice in positivo è sempre buon segno. Quest’anno è positivo, ma molto contenuto (il tasso annuo più basso dal 1959): buon segno anche questo? Secondo me sì, perché non diffonde l’idea che siano in atto scellerate manovre speculative. La serenità delle persone (quindi dei mercati) in questo senso è una merce di raro valore. Pensiamo infatti a cosa succederebbe se, nonostante la crisi, la disoccupazione, i tagli, avessimo comunque un’inflazione alta (4-5%): riusciremmo a farla passare, agli occhi dell’opinione pubblica, come un segnale di vitalità delle imprese nostrane? Non credo. Ciò detto, è una volta di più sconfortante osservare come LA STESSA CIFRA susciti una ridda di reazioni tra le più disparate. Cito da La Repubblica. Scajola: “Il potere d’acquisto della crisi non è stato penalizzato dalla crisi, anzi. In molti casi è aumentato (?)”. Il dato disaggregato di dicembre, comunque, mostra una ripresa inflattiva all’1%: “E’ un indice della ripresa dei consumi e delle attività economiche”. Come a dire, la botte piena e la moglie ubriaca. Infatti la Cgil ribatte che “il calo dei prezzi si registra nel pieno di una crisi che ha depresso l’economia e l’intero sistema produttivo”. Per il sindacato, sembra di capire, sarebbe stata salutare un’inflazione più alta. Ecco allora che scendono in campo le associazioni dei consumatori, Adusbef e Federconsumatori, che invece sottolineano come anche questo piccolo aumento sia negativo, avendo comportato un aggravio di ulteriori 240 euro nella spesa annua degli italiani (20 euro al mese). Il punto non è se crescono i prezzi, fenomeno fisiologico. E’ che vengano adeguati i salari, fenomeno politico e sindacale.
Secondo silly moment giornalistico: il fabbisogno dello Stato è aumentato di 31 miliardi nel 2009, attestandosi a 85.9. Aldilà che molti giornali (La Repubblica compresa) equivocano i termini di “fabbisogno” (saldo di TUTTE le transazioni della Pa, anche quelle finanziarie come i prestiti o la sottoscrizione di azioni) e “deficit” (saldo delle transazioni FINALI, quindi acquisto/cessione di beni e servizi e di trasferimenti, AL LORDO del pagamento per interessi sul debito), non si riesce a capire l’enigma fondamentale celato dal dato. Se è vero che lo scudo fiscale ha fruttato nel solo dicembre 2009 4.7 miliardi, e che l’unica posta “straordinaria” citata dal Ministero sono stati i 2.6 miliardi di prestiti alle banche attraverso i Tremonti-bond, com’è possibile che quest’anno lo Stato ha avuto bisogno di 30 miliardi in più? Sono tutti spiegabili con gli interessi sul debito? Ma, visto che per ripianare il fabbisogno si ricorre a nuovo debito, dobbiamo aspettarci una spirale incontrollabile già dalla prossima Finanziaria? E ancora: se il documento programmatico già stimava il fabbisogno pubblico addirittura a 88 miliardi (implicitando la sforatura dei parametri europei del 3% del rapporto deficit/pil), perché mai le risorse messe in campo con questa Finanziaria sono state così esigue?
Tutte domande che non troveranno una risposta chiara e sincera.