La crisi a mappe (ammappe!)

maggio 6, 2010

Visto che domani non mi sarà possibile aggiornare il blog, anticipo a stasera.

Mi limito in realtà a segnalare due efficaci schede dal Sole24Ore e dal NYT. Nella prima, si ponga l’attenzione sul fatto che la curva dei tassi in Grecia è ribaltata: scadenze più brevi (che normalmente fruttano rendimenti minori, perché minore è il rischio percepito di liquidità e/o controparte) con interessi più alti rispetto ai titoli 30ennali. Un’anomalia con precisi rimandi storici: l’Argentina del 2001, per esempio. Segnale chiaro che i mercati credono fortemente in un imminente default (o perlomeno in un’abbondante sforbiciata del debito, leggi “ristrutturazione”). Nella seconda galleria di mappe è ben visibile come il nostro Paese, per convincere il mercato, stia usando un’arma a doppio taglio: contenimento del deficit entro il 5% per onorare gli interessi sul debito, deprimendo però così ancora di più la crescita (proprio oggi la riduzione delle stime del Governo per il 2010 all’1%, la Commissione Ue parla addirittura dello 0.8), il che comporterà inevitabilmente nuovo debito, seppur nel lungo termine. E’ nel lungo periodo che si gioca la credibilità del nostro paese, scossoni drammatici come quelli di oggi (Ftse Mib -4.27%!) stanno lì a dimostrarlo.


Siamo nelle nostre mani

maggio 5, 2010

E’ convinzione comune che l’Italia sia relativamente immune dal contagio greco per due motivi:

- un deficit (concetto flusso, anno dopo anno) ancora contenuto, oscillante intorno al 5% del Pil. Finché le sottoscrizioni verranno rinnovate, non si ha tema che l’Italia smetta di pagare gli interessi sul debito. Almeno finchè i tassi rimangono sui livelli accettabili di adesso.

- un debito sovrano concentrato in mani italiane: più della metà (55,4% dei 1800 miliardi di euro outstanding, fonte Banca d’Italia) è detenuto da banche e privati italiani, nonostante la presenza straniera dal 2003 al 2006 sia aumentata dal 36% al 44%. Perché questo dovrebbe preservarci da future sciagure? Principalmente perché gli italiani investono in Bot, Cct, Btp e Ctz senza guardare al rating delle agenzie, come invece gli investitori stranieri. Sono cioè più impermeabili alle oscillazioni del mercato del debito sovrano e più inclini a mantenere una posizione inerziale. In secondo luogo, poi, molti titoli di Stato sono detenuti dalle banche, che li acquistano in proprio (è il principale canale per la creazione di liquidità o per ottenere prestiti interbancari) e/o per i propri clienti. Pur in maniera informale, lo Stato può sempre, con le sue politiche, influenzare l’operato degli istituti assoggettati a vigilanza della Banca d’Italia (ex art. 107 del Testo Unico Bancario): provvedimenti come lo scudo fiscale o i Tremonti-bond rappresentano di per sè (senza dare dunque giudizi di valore) un’agevolazione per le banche, che dovrebbero ricambiare rimanendo fedeli ai titoli di Stato.

Per questo, nel corso degli anni, l’italianità delle banche è sempre stata un punto cruciale della politica economica italiana.


Perché conviene pubblicare dati scomodi durante la silly season

gennaio 5, 2010

Due i fatti economici rilevanti occorsi ieri: l’Istat emana il bollettino sull’inflazione dell’intero 2009 (+0.8%), il Ministero dell’Economia pubblica i dati sul fabbisogno annuo dello Stato (85.9 miliardi di euro). I giornali mescolano i due eventi nel solito zibaldone di macroeconomia pubblica, in cui il rischio di fare confusione è alto. In più, ci si mettono i commenti più disparati, che, SULLE STESSE CIFRE, danno pareri diversi, se non opposti. L’effetto ultimo, ahimé, è sempre lo stesso: non si capisce se i dati sono coerenti con un panorama di ripresa economica, se invece sono in disaccordo, e, soprattutto, se sono consistenti tra loro.

Cominciamo con ordine: l’inflazione. Ho già detto (vd. post del 30 novembre) che, per la contenuta propensione al consumo dei cittadini italiani, un indice in positivo è sempre buon segno. Quest’anno è positivo, ma molto contenuto (il tasso annuo più basso dal 1959): buon segno anche questo? Secondo me sì, perché non diffonde l’idea che siano in atto scellerate manovre speculative. La serenità delle persone (quindi dei mercati) in questo senso è una merce di raro valore. Pensiamo infatti a cosa succederebbe se, nonostante la crisi, la disoccupazione, i tagli, avessimo comunque un’inflazione alta (4-5%): riusciremmo a farla passare, agli occhi dell’opinione pubblica, come un segnale di vitalità delle imprese nostrane? Non credo. Ciò detto, è una volta di più sconfortante osservare come LA STESSA CIFRA susciti una ridda di reazioni tra le più disparate. Cito da La Repubblica. Scajola: “Il potere d’acquisto della crisi non è stato penalizzato dalla crisi, anzi. In molti casi è aumentato (?)”. Il dato disaggregato di dicembre, comunque, mostra una ripresa inflattiva all’1%: “E’ un indice della ripresa dei consumi e delle attività economiche”. Come a dire, la botte piena e la moglie ubriaca. Infatti la Cgil ribatte che “il calo dei prezzi si registra nel pieno di una crisi che ha depresso l’economia e l’intero sistema produttivo”. Per il sindacato, sembra di capire, sarebbe stata salutare un’inflazione più alta. Ecco allora che scendono in campo le associazioni dei consumatori, Adusbef e Federconsumatori, che invece sottolineano come anche questo piccolo aumento sia negativo, avendo comportato un aggravio di ulteriori 240 euro nella spesa annua degli italiani (20 euro al mese). Il punto non è se crescono i prezzi, fenomeno fisiologico. E’ che vengano adeguati i salari, fenomeno politico e sindacale.

Secondo silly moment giornalistico: il fabbisogno dello Stato è aumentato di 31 miliardi nel 2009, attestandosi a 85.9. Aldilà che molti giornali (La Repubblica compresa) equivocano i termini di “fabbisogno” (saldo di TUTTE le transazioni della Pa, anche quelle finanziarie come i prestiti o la sottoscrizione di azioni) e “deficit” (saldo delle transazioni FINALI, quindi acquisto/cessione di beni e servizi e di trasferimenti, AL LORDO del pagamento per interessi sul debito), non si riesce a capire l’enigma fondamentale celato dal dato. Se è vero che lo scudo fiscale ha fruttato nel solo dicembre 2009 4.7 miliardi, e che l’unica posta “straordinaria” citata dal Ministero sono stati i 2.6 miliardi di prestiti alle banche attraverso i Tremonti-bond, com’è possibile che quest’anno lo Stato ha avuto bisogno di 30 miliardi in più? Sono tutti spiegabili con gli interessi sul debito? Ma, visto che per ripianare il fabbisogno si ricorre a nuovo debito, dobbiamo aspettarci una spirale incontrollabile già dalla prossima Finanziaria? E ancora: se il documento programmatico già stimava il fabbisogno pubblico addirittura a 88 miliardi (implicitando la sforatura dei parametri europei del 3% del rapporto deficit/pil), perché mai le risorse messe in campo con questa Finanziaria sono state così esigue?

Tutte domande che non troveranno una risposta chiara e sincera.


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