Oggi Eurostat ci ricorda che hai voglia a dire che la ripresa è cominciata, qui si continuano a mietere vittime. Sia considerando l’UE a 27 che l’area euro, il tasso di occupazione nel terzo trimestre 2009 è sceso dello 0,5% su base congiunturale e di poco più del 2% su base tendenziale. L’Italia è in media rispetto al trimestre precedente (-0,5%), mentre va un po’ meglio su base annua (-1,3%) (http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-14122009-BP/EN/2-14122009-BP-EN.PDF). Per favore, non si dica che questi sono segnali di ripresa, andiamo semplicemente meno peggio di altri (che poi sono paesi del calibro di Lettonia e Estonia, letteralmente messi in ginocchio dalla crisi finanziaria).
Detto questo, mi sono reso conto che è necessaria un po’ di chiarezza terminologica sugli indici statistici utilizzati per parlare di lavoro. Il dato preso poc’anzi in questione è il tasso di occupazione, vale a dire il rapporto tra coloro che (in Italia con più di 15 anni), nella più larga delle accezioni hanno svolto nella settimana precedente almeno UN’ORA di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura, rispetto alla popolazione di riferimento. Tenerlo sempre a mente, quando se ne sente parlare. L’aumento dell’occupazione non è perfettamente correlato con un miglioramento della condizione occupazionale dei lavoratori. Comunque è l’indice che meglio di tutti segnala se i posti di lavoro ci sono, o ci sono sempre meno.
Poi c’è il tasso di disoccupazione, ossia il rapporto tra chi, tra i 15 e i 74 anni, ha cercato un lavoro nell’ultimo mese (o sarebbe comunque disposto a lavorare nelle due settimane successive all’intervista) e l’intera popolazione. Paradossalmente, un aumento di questo tasso potrebbe essere positivo, se conseguito a parità di occupazione: significherebbe che più persone si sono fatte forza e si sono messe alla ricerca di un impiego. Purtroppo, l’ultima congiuntura per l’Italia segnala un’occupazione in lieve diminuzione, e l’aumento della disoccupazione. Un mix nefasto.
Ma il dato che rischia di essere il più tragico è forse quello degli inattivi (da cui tasso di inattività). Gli inattivi sono coloro che, pur essendo in età lavorativa, non sono nè occupate nè tantomeno cercano lavoro. In Italia sono, tra i 15 e i 64 anni, quasi 15 milioni (e non si contano i pensionati ancora più vegliardi), pari al 37.4% della popolazione di riferimento. Un’enormità, che non vuole o non può collocarsi in ottica lavorativa. Sarebbe interessante studiarne la distribuzione demografica, ma comunque lo si guardi il dato è preoccupante: o sono giovani che hanno già perso fiducia nel loro futuro, o sono persone più mature che, ormai espulse dal mercato del lavoro, decidono che il loro futuro è già passato.