Black September (nel senso di indici in nero)

settembre 1, 2010

Con l’inizio di settembre, riparte anche Economic Tag. Se le vicende del blog ricalcassero quelle di borsa, la partenza sarebbe più che incoraggiante: rally praticamente in tutti i mercati d’Occidente. Su questa scala, non accadeva da maggio.

Il fenomeno è significativo, a maggior ragione se si pensa che settembre è considerato il mese nero per i mercati azionari. Lo dice la superstizione, ma anche la statistica.

Difficile dire i motivi di questo rimbalzo. Il quadro economico di fondo rimane quello di un rallentamento dell’economia. L’indice Ism manifatturiero americano – un indicatore importante per un eventuale prossima recessione – è inaspettatamente migliorato, ma rimangono ancora tanti i segnali di preoccupazione. In primis, la disoccupazione, attorno al 9,5 per cento negli States, al 10% nell’euro-16 e all’8,4% da noi.

A motivazioni di puro trading – per definizioni estemporanee e legate al consensus del momento – potrebbero essersi aggiunte considerazioni fondamentali. Si prenda il settore del lusso, che oggi in Italia ha trainato il mercato per tutta la giornata. Si crede, o comunque si spera, che la gente abbia ancora voglia di continuare a spendere. Magari non più in America, ma in Cina, India e Brasile.


Dilemma del prigioniero (del mercato del lavoro)

luglio 2, 2010

Vivida attesa per i dati sulla disoccupazione Usa di giugno, solito volano (o fardello) psicologico per i mercati globali. Ancor più a ridosso del lungo weekend dell’independence day americano, che lascerà le contrattazioni quiete per un po’.

I dati mostrano una disoccupazione in discesa dal 9.7 al 9.5%. Un dato apparentemente prezioso, specie se confrontato con il consensus degli analisti, che si attendevano il 9.8%.

In realtà, il numero complessivo degli impieghi in America a giugno è diminuito di 125mila unità, in ragione delle 225mila posizioni temporanee, adesso concluse, per il censimento statunitense. Il comparto privato ha creato solo 87mila posti di lavoro, invece dei 112mila previsti.

Insomma, dati in chiaroscuro, che non hanno mancato di innervosire i mercati. Prima la fiammata (“Evviva, c’è meno disoccupazione!”), poi la frenata (“Ma, allora, tutti quei posti persi?”).

Va ricordato che il tasso di disoccupazione corrisponde a quanti, non avendo un lavoro, si impegnano a cercarne un altro. Può scendere anche quando molte persone, espulse dal mercato del lavoro, smettono di cercarlo. Scoraggiate. L’istituto di statistica Usa ne ha calcolati 652mila in più solo a giugno.

In prospettiva, il dato più preoccupante.


Cuore di Draghi

gennaio 17, 2010

Giovedì la Banca d’Italia è stata chiara: aldilà delle cifre ufficiali dell’Istat, che attestano la disoccupazione al 7.8% per il III trimestre ’09, la situazione reale è messa molto peggio. Ci sono i cassintegrati cronici, ci sono quelli che il lavoro neanche più lo cercano (gli inattivi) e ci sono i disoccupati classici, quelli cioè che nelle ultime settimane non hanno lavorato nemmeno un’ora: con tutti loro il dato lievita a oltre il 10%, da 1.8 milioni a 2.6.

Il ministro Sacconi ha tacciato Draghi di scorrettezza istituzionale e improntitudine etica: siamo ancora qui a spargere disfattismo? La crisi è bella che finita, ammonisce il governo. Bankitalia, negli ultimi mesi, si è smarcata dall’esecutivo in svariate circostanze. Draghi, intelligentemente, non è (quasi) mai uscito allo scoperto, ma ha sempre mandato avanti il suo “braccio armato”, quell’ufficio studi che di tanto in tanto rifila ai ministri stilettate mica da ridere (ricordate il paper che dimostrava che gli immigrati non rubano il lavoro agli italiani?). Basate su statistiche e metodologie internazionali difficili da contestare.

Così, in tutti questi mesi, Mario Draghi si è dimostrato l’ultimo bastione intellettuale avverso ai finti entusiasmi della ripresa economica facile e gratuita. Una posizione netta, meno ondivaga di quella di molto centro-sinistra italiano, più affine semmai a quella della Cgil. Una posizione che, si maligna (ma sarebbe davvero un male?), prelude a una discesa in campo del governatore per le prossime politiche nel 2013. Sia come sia, è una fortuna avere a capo della nostra banca centrale un personaggio serio, rispettato all’estero (è a capo del Financial Stability Board, designato dal G20 di riformare le regole della finanza internazionale) e indipendente. Tre requisiti difficili da rintracciare in simultanea nell’economia italiana.


Occuparsi di occupazione

dicembre 14, 2009

Oggi Eurostat ci ricorda che hai voglia a dire che la ripresa è cominciata, qui si continuano a mietere vittime. Sia considerando l’UE a 27 che l’area euro, il tasso di occupazione nel terzo trimestre 2009 è sceso dello 0,5% su base congiunturale e di poco più del 2% su base tendenziale. L’Italia è in media rispetto al trimestre precedente (-0,5%), mentre va un po’ meglio su base annua (-1,3%) (http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_PUBLIC/2-14122009-BP/EN/2-14122009-BP-EN.PDF). Per favore, non si dica che questi sono segnali di ripresa, andiamo semplicemente meno peggio di altri (che poi sono paesi del calibro di Lettonia e Estonia, letteralmente messi in ginocchio dalla crisi finanziaria).

Detto questo, mi sono reso conto che è necessaria un po’ di chiarezza terminologica sugli indici statistici utilizzati per parlare di lavoro. Il dato preso poc’anzi in questione è il tasso di occupazione, vale a dire il rapporto tra coloro che (in Italia con più di 15 anni), nella più larga delle accezioni hanno svolto nella settimana precedente almeno UN’ORA di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura, rispetto alla popolazione di riferimento. Tenerlo sempre a mente, quando se ne sente parlare. L’aumento dell’occupazione non è perfettamente correlato con un miglioramento della condizione occupazionale dei lavoratori. Comunque è l’indice che meglio di tutti segnala se i posti di lavoro ci sono, o ci sono sempre meno.

Poi c’è il tasso di disoccupazione, ossia il rapporto tra chi, tra i 15 e i 74 anni, ha cercato un lavoro nell’ultimo mese (o sarebbe comunque disposto a lavorare nelle due settimane successive all’intervista) e l’intera popolazione. Paradossalmente, un aumento di questo tasso potrebbe essere positivo, se conseguito a parità di occupazione: significherebbe che più persone si sono fatte forza e si sono messe alla ricerca di un impiego. Purtroppo, l’ultima congiuntura per l’Italia segnala un’occupazione in lieve diminuzione, e l’aumento della disoccupazione. Un mix nefasto.

Ma il dato che rischia di essere il più tragico è forse quello degli inattivi (da cui tasso di inattività). Gli inattivi sono coloro che, pur essendo in età lavorativa, non sono nè occupate nè tantomeno cercano lavoro. In Italia sono, tra i 15 e i 64 anni, quasi 15 milioni (e non si contano i pensionati ancora più vegliardi), pari al 37.4% della popolazione di riferimento. Un’enormità, che non vuole o non può collocarsi in ottica lavorativa. Sarebbe interessante studiarne la distribuzione demografica, ma comunque lo si guardi il dato è preoccupante: o sono giovani che hanno già perso fiducia nel loro futuro, o sono persone più mature che, ormai espulse dal mercato del lavoro, decidono che il loro futuro è già passato.


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