Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. Così, le tanto strombazzate manovre cinesi di apprezzamento dello yuan sono buone – forse – per ammorbidire i toni in vista del prossimo G-20 a Toronto, certo non sono sufficienti a impressionare i mercati.
Cosa è successo? Dopo mesi di moral suasion internazionale (Usa in particolare), il governo cinese ha preannunciato un graduale sganciamento dal dollaro. Da due anni a questa parte la Banca Centrale di Pechino – che ha enormi risorse per farlo – ha tenuto volutamente basso il cambio della valuta nazionale (un dollaro per 6,8 yuan), in modo da agevolare le esportazioni. Verso gli Usa soprattutto. E’ una pratica che in realtà la Cina persegue da decenni, con l’unica eccezione della finestra 2005-08, quando permise allo yuan di fluttuare entro la banda di oscillazione dello 0.5%.
In questi giorni, le autorità cinesi hanno reintrodotto lo stesso meccanismo, con le stesse modalità e la stessa trading band rispetto a un cambio di riferimento fissato giornalmente. Insomma, nulla che possa sfuggire loro di mano. Ieri Pechino ha lasciato che lo yuan si apprezzasse dello 0.42%: evento salutato come salvifico, in vista di un progressivo aggiornamento del reference rate. Bene: oggi la Cina ha innalzato l’asticella della sua valuta dello 0.43%, ossia lasciando esattamente tutto invariato a ieri. Risultato? Lo yuan è già sceso dello 0.26%, in risposta alle mosse della banca centrale che sta comprando dollari in forze per scongiurare eccessi speculativi sull’apprezzamento cinese.
La morale è che le autorità di Pechino hanno la forza per piegare qualsivoglia spinta speculativa al rialzo. La hot money dei grandi investitori, che già si appresta ad invadere la Cina puntando su un inevitabile rafforzamento della parità, è avvertita.