Pensierino della sera

settembre 14, 2010

Una domanda sorge spontanea: se l’oro è da sempre considerato un bene rifugio – un bene anticiclico: va bene quando tutto il resto va male – come spiegare i nuovi massimi toccati oggi oltre i 1270 dollari l’oncia, mentre i mercati a settembre fanno tutt’altro che male?

Basta spiegare tutto con il deprezzamento del dollaro, come si fa, riduttivamente, con il petrolio?

Il biglietto verde sembra la panacea a tutti i mali dell’economia. O no?


Analisti in analisi

luglio 19, 2010

Moody’s declassa l’Irlanda, abbassando il rating ad aa2. Questo – dicono gli esperti – influirà sul corso euro/dollaro. Infatti, pochi secondi e la moneta unica si allontana da quota 1,30.

Poi, dopo solo qualche istante, l’euro comincia a riprendersi. E gli analisti? Beh, ci sono i dati macro Usa in netto peggioramento, le trimestrali dei big player a stelle e strisce, che pure macinano utili, non hanno soddisfatto le attese.

Ma le attese di chi? Degli analisti, of course.

Non azzeccandone (quasi) mai una, viene da pensare che i movimenti di mercato avvengano studiando preventivamente a tavolino il consensus degli analisti, e non con gli effettivi dati reali.

Basta leggere un qualsiasi pezzo di finanza per accorgersene. L’analista è bravo quando raccoglie consenso. Il consenso è valido meno analisti lo supportano.


Speculare sulla Cina? Un rischio troppo grosso

giugno 22, 2010

Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. Così, le tanto strombazzate manovre cinesi di apprezzamento dello yuan sono buone – forse – per ammorbidire i toni in vista del prossimo G-20 a Toronto, certo non sono sufficienti a impressionare i mercati.

Cosa è successo? Dopo mesi di moral suasion internazionale (Usa in particolare), il governo cinese ha preannunciato un graduale sganciamento dal dollaro. Da due anni a questa parte la Banca Centrale di Pechino – che ha enormi risorse per farlo – ha tenuto volutamente basso il cambio della valuta nazionale (un dollaro per 6,8 yuan), in modo da agevolare le esportazioni. Verso gli Usa soprattutto. E’ una pratica che in realtà la Cina persegue da decenni, con l’unica eccezione della finestra 2005-08, quando permise allo yuan di fluttuare entro la banda di oscillazione dello 0.5%.

In questi giorni, le autorità cinesi hanno reintrodotto lo stesso meccanismo, con le stesse modalità e la stessa trading band rispetto a un cambio di riferimento fissato giornalmente. Insomma, nulla che possa sfuggire loro di mano. Ieri Pechino ha lasciato che lo yuan si apprezzasse dello 0.42%: evento salutato come salvifico, in vista di un progressivo aggiornamento del reference rate. Bene: oggi la Cina ha innalzato l’asticella della sua valuta dello 0.43%, ossia lasciando esattamente tutto invariato a ieri. Risultato? Lo yuan è già sceso dello 0.26%, in risposta alle mosse della banca centrale che sta comprando dollari in forze per scongiurare eccessi speculativi sull’apprezzamento cinese.

La morale è che le autorità di Pechino hanno la forza per piegare qualsivoglia spinta speculativa al rialzo. La hot money dei grandi investitori, che già si appresta ad invadere la Cina puntando su un inevitabile rafforzamento della parità, è avvertita.


Dollaro, euro e yuan: il gioco delle tre carte?

maggio 25, 2010

La Clinton e Geithner tra domenica e lunedì si sono recati in visita a Pechino per l’annuale incontro bilaterale. Di fatto, il G-2. Nonostante l’ovatta della diplomazia, si è imposta una dichiarazione del presidente cinese Hu Jintao, che ha confermato la volontà asiatica di staccare lo yuan dal peg, l’aggancio con il dollaro americano (oggi 1 dollaro vale 6.83 yuan, con una banda di oscillazione molto limitata: praticamente il rapporto rimane costante), ripristinata dal 2008 (era stata interrotta nel 2005). Un’ammissione molto blanda e molto vaga: non sono stati definiti nè tempi nè modalità. Rimane comunque l’apertura verso il partner statunitense, che non più tardi dell’autunno scorso tacciava Pechino di “manipolare la sua valuta” a fini commerciali, cosa che aveva spinto il rapporto bilaterale sull’orlo del precipizio. E’ bene chiarirlo ancora una volta: se Usa e Cina cominciano a farsi la guerra (commerciale), la pagheremo tutti.

In un momento storico di contrazione per l’euro (ma si dovrebbe inquadrare il suo andamento nel più lungo periodo, ricordando che anche le valute sono soggette a cicli) e di flight to quality verso il dollaro, anche lo yuan si sta apprezzando rispetto alle altre monete del pianeta. Il che sta mettendo in difficoltà le esportazioni cinesi sul principale loro mercato di sbocco: quello europeo. Non è chiaro come e quanto una graduale liberalizzazione della valuta cinese riuscirebbe nell’intento dell’amministrazione Obama: rafforzare il potere d’acquisto dei 300 milioni di cittadini che compongono la classe media della Repubblica Popolare, facendo così da volano alle esportazioni a stelle e strisce. L’apertura di Hu Jintao è dettata paradossalmente dall’auspicio opposto: sganciarsi dal dollaro perchè esso sta diventando troppo caro agli occhi del mondo. Come a dire: “La Cina non ha a che fare solo con gli Stati Uniti”. Una considerazione che Geithner avrà fatto di sicuro.


(One million) Dollar question

febbraio 10, 2010

Il dollaro sale (oggi il tasso dollaro/euro è 1.37), le quotazioni delle principali commodities espresse in dollari – oro e petrolio – però stanno scendendo. Una dinamica controintuitiva. Quale la risposta secondo voi? Il biglietto verde, in tempi di forte avversione al rischio (come questi ultimi frangenti, scossi dai dissesti europei), è ancora il “safe haven” di un tempo?


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