M’interessa l’interesse

gennaio 4, 2010

Fa un po’ impressione vedere che il tasso di interesse legale è sceso dal 3% all’1%, a decorrere dal 1 Gennaio 2010. Il tasso – di cui all’art. 1284 c.c., che riguarda molte prestazioni, tra i quali i depositi cauzionali degli affittuari, nonché una miriade di pagamenti fiscali avvenuti in ritardo – è rimasto al 5% dal 1942, anno di introduzione, al 1992. Poi, adeguandolo ai tassi in vigore all’epoca, è schizzato al 10%, salvo poi ritornare al 5 e adagiarsi fino al 3, in ossequio ai tassi generalmente bassi del debito pubblico italiano (ora più che mai, visto che molti si rifugiano nei bot come forma di risparmio risk-free). In pratica, lo Stato dice: come faccio a chiedere ai cittadini più di quanto remunero i loro prestiti? E così il tasso, pur con notevole ritardo, si abbassa. Va da sé che questo comporterà ulteriori risparmi per chi non è in regola con l’erario, e che da adesso eviterà un bel 2% sugli interessi. Il combinato disposto con lo scudo fiscale non è granché edificante. Ma tant’è: speriamo ne traggano vantaggio quelli che davvero non ce la fanno a saldare i loro debiti con il fisco.


Gli immigrati e le casse dello Stato

dicembre 22, 2009

Gli immigrati non tolgono soldi pubblici agli italiani. Anzi. Il loro contributo è determinante per pagare molte prestazioni che finiscono poi nelle tasche dei nostri connazionali. Prima fra tutte, la pensione.

Tra le ultime analisi in questo senso c’è quella di Carlo Devillanova nel Rapporto sulle migrazioni 2009, promosso dalla fondazione Ismu. La conclusione, lontana dai luoghi comuni, è che quello degli stranieri sia «un apporto positivo e quantitativamente importante alla finanza pubblica italiana». In sostanza, gli immigrati che arrivano in Italia pagano in media meno tasse sul reddito, ma versano più contributi e godono in misura minore di benefici previdenziali e assistenziali. La ragione: gran parte dei migranti ha un reddito iniziale basso (da qui, il basso prelievo) ma è in età lavorativa (da cui più contributi e meno pensioni). Nel complesso, però, il saldo tra benefici ricevuti e imposte versate (fabbisogno fiscale netto) è più contenuto per gli immigrati che per gli italiani.

I dati, non recentissimi, risalgono al 2005. Il confronto più interessante è tra Italia e l’area al di fuori di Eurolandia (che all’epoca comprendeva ancora Bulgaria e Romania). Mentre per gli italiani l’esborso annuo pro capite dell’erario è stato di 8.992 euro, per gli extracomunitari di 8.023, 969 euro in meno. Tale differenza è assimilabile a un sussidio, gentilmente donato dagli immigrati.

La voce principale del fabbisogno fiscale degli italiani è costituita dalle pensioni. D’altra parte, la nostra è una popolazione in rapido invecchiamento, seconda per quota di anziani solo al Giappone. Non considerando la voce pensionistica nelle spese complessive, infatti, gli italiani pesano sul fisco in maniera considerevolmente minore (5.469 euro), mentre il computo per gli immigrati scende, ma di poco (7.277). Con questo artificio, gli extracomunitari passano da una posizione netta positiva a una negativa, nei riguardi degli italiani. Difficile però non tener conto delle pensioni, visto che sono gli stessi immigrati a pagare i maggiori contributi previdenziali (4.207 euro di ogni lavoratore straniero contro i 3.826 di un italiano).

In tempi di crisi, i cliché sono duri a morire. Ma in economia le cifre parlano chiaro: se non ci fossero gli immigrati, gli anziani di casa nostra sarebbero molto più difficile sostenere.


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