Quel che scontano i mercati

agosto 12, 2010

Si fa presto a dire “aspettative razionali” oppure “il mercato ha già scontato tutte le informazioni”. Poi arriva un evento reale, tangibile, e – anche se atteso in larghissima parte – le Borse colano a picco.

E’ quello che è successo tra martedì e mercoledì sui listini di tutto il mondo dopo la delibera del Fomc (il braccio operativo della Federal Reserve in tema di decisioni monetarie) di lasciare invariati i tassi americani nella forchetta compresa tra 0 e 0.25% e di modulare l’allentamento monetario (il famoso quantitative easing) attraverso l’acquisto di bond bancari garantiti da mutui. In pratica, ripulire ancora un po’ i bilanci degli istituti di credito in cambio di liquidità. Solo che la Fed ha deciso di impegnare in questa operazione solo i proventi delle analoghe operazioni precedenti, invece di impegnare soldi freschi allargando ancor più il bilancio della Banca Centrale.

Bernanke, a riguardo, aveva già detto tutto quello che c’era da dire. Si supponeva (almeno, io lo facevo) che i mercati lo avessero preso in parola. E invece, quando il Fomc ha ufficializzato la linea “non-ultra-accomodante” della Fed, i mercati si sono fatti prendere – al solito – dall’irrazionalità. I timori che la più grande economia della Terra, gli Stati Uniti, chiudano il 2010 in rallentamento è ormai una certezza; la Cina è ancora ben lungi dall’essere il motore della ripresa auspicato da tanti (il suo avanzo commerciale anzi è cresciuto a luglio: segno che le importazioni non tengono il passo delle esportazioni); l’Europa è ferma in uno stallo che la sola Germania non può oggettivamente infrangere.

Un panico, quello di ieri, del tutto speculare all’euforia che ha alimentato il rally di questi ultimi 30 giorni. In una sola seduta, i guadagni di un mese si sono praticamente azzerati. La volatilità, è sempre bene ricordarlo, è la prima nemica della stabilità e della possibilità di pianificare il futuro. In Borsa come altrove.


Anche Bernanke balla l’andamento lento

giugno 8, 2010

Anche Bernanke si adegua ai tempi e – in un lampo di “draghite” – si lancia in esternazioni roboanti: anche in America la ripresa sarà “lenta e fragile”. Una frase che in effetti non si sentiva da qualche millisecondo. Parole sagge, comunque.

Nella sostanza, Bernanke ha detto che “la crescita Usa proseguirà a velocità moderata, con il tasso di disoccupazione che resterà elevato per un po’”. Parole soppesate per dire quello che i mercati, con i ribassi dell’ultimo periodo, scontano già.  In un’intervista all’emittente Abc News, Bernanke ha ammesso che il 3 per cento di crescita per il primo trimestre 2010 (dal 3,2% previsto inizialmente) non sarà sufficiente a ridurre il tasso di disoccupazione statunitense, attualmente al 9,7 per cento.

L’ultimo rapporto del Bureau of Labor Statistics parla chiaro: in maggio negli Stati Uniti sono stati creati solo 431mila nuovi posti, 411mila dei quali per le operazioni di censimento. Dunque, persone che a breve torneranno tra le fila dei disoccupati. Questa stagnazione del mercato del lavoro significa che “molti americani rimarranno sotto stress finanziario”, ha aggiunto Bernanke. Una previsione che potrebbe allarmare l’intero comparto bancario a stelle e strisce, già alle prese con i nuovi vincoli previsti dalla riforma di Wall Street.

Per quanto riguarda i tassi, per Bernanke l’uscita da una politica monetaria espansiva “non può attendere la piena occupazione”. La Fed si accinge dunque a stringere i cordoni della borsa, ma non nell’immediato: il consensus per l’incontro del Fomc del 22 giugno è che tutto rimarrà invariato. Anche per le casse pubbliche di Washington il trend sarà improntato all’austerità: “Il deficit va riportato a livelli sostenibili” (dall’astronomico 10,6 per cento rispetto al Pil del 2010).

Sul fronte internazionale, il capo della Fed ha cercato di tranquillizzare i mercati del Vecchio Continente: “Guardiamo alla crisi europea con molta attenzione e cerchiamo di sostenere la Ue in ogni modo”. Con esiti scarsi, visto che i principali listini oggi segnano perdite oltre l’uno per cento.


Il ruolo della Bce nella crisi

maggio 9, 2010

Ore convulse tra riunioni d’urgenza e conference call transatlantiche per salvare l’euro. In tutta fretta per cercare di anticipare i mercati (quelli asiatici aprono che in Europa è ancora domenica) e le valutazioni di analisti e speculatori.

Nel documento varato venerdì sera dai 16 esponenti dell’eurogruppo e che oggi sarà la base per il meeting della Commissione Ue a Bruxelles, si fa riferimento a un generico coinvolgimento della Bce nel salvataggio dei Paesi in difficoltà. Ad oggi, la Banca Centrale Europea non può intervenire acquistando titoli sovrani di tali Paesi, concedendo così liquidità direttamente ai governi. E’ una norma a presidio dell’indipendenza della Banca, perno della visione europea della Germania.

Dovesse concretizzarsi l’eventualità di una Bce più invasiva, le conseguenze potrebbero essere due. Nella migliore delle ipotesi, una buona e una cattiva.

La buona sarebbe che lo schema di salvataggio dei Paesi a rischio (una sorta di paracadute automatico che si apre quando uno Stato va in difficoltà) avrebbe una base decisionale univoca, di stanza a Francoforte, con le risorse sufficienti per tranquillizzare di volta in volta i mercati. Il modello sarebbe la Fed, o La Bank of England, che nel corso di questi anni hanno inondato le piazze di liquidità up front in cambio di obbligazioni, talvolta addirittura corporate (una cosa mai vista in precedenza).

La notizia cattiva sarebbe, appunto, la perdita di assoluta indipendenza da parte dell’istituto guidato da Trichet. Un salto all’indietro di quasi 40 anni, quando le banche centrali funzionavano da bancomat per gli stati sovrani in (disperata) ricerca di liquidità. Un rischio da non sottovalutare. Che piace da sempre a Sarkozy e molto poco ai tedeschi, come sempre (e giustamente) guardinghi su decisioni che possono mettere a repentaglio la stabilità finanziaria dell’area. Se le carrozze deragliano, anche la locomotiva è costretta a fermarsi.

Ieri intanto ottimo post di Rampini sul tema della speculazione. Aldilà della fattispecie, è un monito a non vedere mai, in finanza, le cose da un versante solo.


Affrettatevi! Il tempo degli sconti sta per finire!

febbraio 19, 2010

La Fed ha alzato il tasso di sconto di 50 bp, portandolo allo 0.75% (attenzione: il tasso di sconto è diverso dal tasso Fed Fund che regola invece il mercato interbancario statunitense. Quello rimarrà ancora per qualche mese allo 0-0.25%). Si tratta di una mossa già scontata dai mercati, per cui imputarle l’andamento odierno delle Borse (piazze asiatiche ed europee giù, euro a 1.3443 sul dollaro) risulta forzato.

Più rilevante a questi fini potrebbe essere stata la riduzione temporale della discount window, riportata dall’autorità monetaria Usa a 1 giorno, dai 28 che erano. Si tratta di un ritorno alla normalità, dopo che per quasi due anni i primary dealers (le banche che hanno accesso ai fondi della Fed come prestiti di ultima istanza) hanno potuto farsi concedere denaro in cambio di asset tossici per un lasso di tempo molto lungo (arrivato nel 2008 a 90 giorni). Le banche, quando si rivolgono al mercato interbancario, vivono overnight. La possibilità di rivolgersi alla Fed e assicurarsi un mese di tempo è un enorme vantaggio, che da oggi non sarà più possibile. Per questo i mercati si sono spaventati.


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