La Bce inonda le banche di liquidità. E viceversa

giugno 30, 2010

Raccomando per un’approfondita analisi della crisi finanziaria 2007-09 il libro di Nouriel Roubini e Stephen Mihm “La crisi non è finita” (Feltrinelli, pp. 399, 16 euro). E’ il resoconto più completo e accessibile sui prodromi e conseguenze della crisi. Prima sui mercati finanziari, poi nell’economia reale.

In particolare, gli autori si spendono per descrivere tutti gli strumenti di politica monetaria-fiscale (il confine tra i due mondi si è fatto sempre più sfuocato) messi in campo dalle banche centrali di tutto il mondo. Il loro giudizio, nel complesso, è positivo: esse hanno agito con sufficiente prontezza e coordinamento. I due economisti non perdono occasione di rimarcare però che tutto questo prodigarsi ha esteso all’infinito il campo dell’azzardo morale, il che a sua volta potrebbe gettare il seme per sconquassi futuri di ancora maggiore portata.

Mi collego all’argomento riportando quanto pubblicato oggi sul sito del Ft. E’ l’analisi dell’attività di ultima istanza da parte della Bce verso le banche della zona euro. I prestiti di Francoforte sono aumentati, dal crollo Lehman in poi, di oltre 400 miliardi di euro: da 459 a 879. Una cifra ben più alta di quella messa in campo (sebbene sotto forma di garanzia) nello special stability fund di maggio.

A questo quantitative easing corrisponde anche un incremento dei depositi delle stesse banche presso la Bce (a un tasso dello 0.25%). Ossia: la Bce presta soldi alle banche che a loro volta decidono di parcheggiare i fondi presso la Bce, ritenendo il prestito alle altre banche ancora troppo rischioso. Rischia di essere un paradosso. Non siamo ancora (o non più) in fase di trappola della liquidità, per cui allentamenti monetari non incidono più sui tassi di interesse: un rapido sguardo all’andamento storico del tasso Eonia ci conferma che le tensioni sul mercato interbancario overnight si sono effettivamente allentate, e di molto. Tuttavia, permangono alcuni fenomeni apparentemente inspiegabili, come i picchi ciclici del tasso, a cadenza mensile, nell’ultimo anno. A dimostrazione che il mercato interbancario non si è ancora del tutto assestato, e che la confidence degli operatori finanziari europei, specie verso gli istituti di Grecia, Spagna e Portogallo, è ancora lontana dall’essersi radicata.


L’arte della sintesi

febbraio 25, 2010

Nel gergo degli analisti finanziari si chiama “window dressing”, il forzoso abbellimento contabile del prodotto agli occhi degli investitori. Una strategia abusata anche nei media, che tendono a patinare un particolare evento, o mercato, ad usum mercati.

Tutto ciò, ovviamente, vale anche al contrario. Prendete il FT di oggi, pagina 3. Articolo di spalla dell’irreprensibile Guy Dinmore da Roma sulla situazione politico-economica italiana. In 11 paragrafi (con cui tutti i manager, tutti gli investitori, tutti gli operatori economici si formeranno un’opinione sul nostro Paese) si legge in sequenza: del caso Mills, dello scandalo Fastweb-Sparkle, dell’apparentamento mafioso di Di Girolamo, del putiferio su Verdini, degli imbarazzi di e per Bertolaso, della vergogna di Cosentino, del tentativo del governo di limitare le intercettazioni telefoniche, del lodo Alfano respinto dalla Consulta. Poche righe per pochi mesi di storia italiana.

E gli stranieri dovrebbero venire ad investire da noi?


Bad artists copy, good artists steal

dicembre 2, 2009

I steal directly from my fellow-blogger and inspirer Tim Harford, who runs a much followed blog on the FT. I’m doing it even if it doesn’t have to do a lot with economics, at least in its proper sense. It deals with Italy, and the economic opportunity of staying in our country if you’re a stranger.

Mr Harford receives a letter from a 32 yr old american woman, who has been living and studying in Italy for 5 yrs. She’s complaining about eating pasta all the times, having to face an endless bureucracy and remaining single. Italian bachelors are quite a rarity, being the average italian citizen spoiled, lazy and old-fashioned. So she’s wondering to come back home.

“Yes”, is the author’s reccomendation. Staying in Italy is a waste of time and money, compared to the opportunity cost of going somewhere else, dating a likely-young fellow, marrying and finding a job. That’s a good way to put it. In the end, despite of all that, she’s very keen to stay here and not to move. Why, if economics tells her to do the opposite?

As went Blaise Pascal (and the chocolate wraps), “the heart knows reasons that the reason – and economics – doesn’t know”. Economically, she’s evaluating her staying in Italy in terms of net domestic happiness. Which is not only made of income, it is also accounted for by environment, social relationships, human closeness. Something – as the Coase theorem suggests – which should be internalized in our thinking as to make the decision efficient.

Think about it, Tim.


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