Mourinho, pensaci tu

aprile 28, 2010

Mentre tutti guardano alla Grecia (se ne occupa oggi anche L’Osservatore Romano), un occhio più attento dovrebbe proiettarsi anche sugli scenari futuri: è così che si fa in economia, si guarda sempre a domani. La seconda tessera del domino è il Portogallo, declassato da S&P di un “notch” a “A-”. La similitudine con la situazione greca è impressionante: deficit nel 2009 al 9,4% del Pil, un debito consolidato rampante che si attesta al 76.8%, una situazione sociale esplosiva (proprio ieri sciopero dei ferrovieri). D’altra parte, il rating lusitano adesso non è diverso da quello di cui godeva la Grecia fino a pochi mesi fa (il terrifico downgrade di ieri è stato di ben 3 categorie, fino al rango “junk” BB+).

Il Portogallo, come la Grecia, è un bastione dell’economia europea. Sia perché si trova all’estremità occidentale del continente, sia perché è tra i sistemi più fragili dell’intera eurozona. Le previsioni per il 2010 – che ora gli analisti si affretteranno a modificare – parlano di un Pil in aumento solo dello 0,3%. Meno di quanto si pronosticava per la Grecia (ma anche lì le stime sono destinate ad abbassarsi). Nel 2008, il Pil pro-capite portoghese era di ben 4.000 euro inferiore a quello ellenico.

Un quadro fosco. Ci sono tutte le condizioni perché si annerisca ancora di più.


Sound familiar?

marzo 30, 2010

Il salvataggio della Grecia, ormai è noto, richiederà ingenti tagli al budget pubblico. Tra le misure previste: accise supplemetari su benzina, alcol e sigarette (mali di largo consumo); misure più severe contro l’evasione delle aziende e dei liberi professionisti; medici, avvocati e tassisti dovranno tutti emettere lo scontrino; saranno acquisiti e migliorati nuovi sistemi elettronici per un controllo incrociato dei rendimenti delle imprese; la fascia più alta di reddito pagherà tasse più alte. Non so, mi sembra di avere un deja vù. Ci dev’essere una falla nel sistema.


Pillole dal mondo

marzo 29, 2010

Inauguro oggi la rubrica del lunedì, “Pillole dal mondo”. Due-tre flash degli eventi o commenti che hanno colpito la mia distratta attenzione domenicale.

Jim O’Neill. Il chief economist di Goldman Sachs conferma avere una dialettica formidabile. Dopo aver inventato l’acronimo ormai più famoso del panorama finanziario internazionale, BRIC, la sua immaginazione si lancia verso altri picchi inesplorati. L’ultima pensata riguarda la crisi greca, derubricata al rango di “Facebook crisis“: la sfiducia e il pessimismo oggi corrono veloci sul web, obnubilando le menti degli investitori, compulsivamente attaccati ai monitor. Due parole per esprimere tutto un mondo fatto di annunci e aspettative che si autorealizzano. Geniale.

Ue e Fmi. Bruxelles si è finalmente messa d’accordo con se stessa sugli aiuti da destinare alla Grecia. Due i binari previsti (si pensa nelle proporzioni 2/3 e 1/3): da un lato accordi bilaterali volontari tra i Paesi dell’Unione e la Grecia, dall’altro il ricorso al Fondo Monetario Internazionale. La seconda opzione è stata caldamente avanzata dalla Merkel e pugnacemente osteggiata dal resto dell’Ue, timorosa di un’eccessiva ingerenza del Fondo di Washington sulle politiche e strategie di un membro dell’area euro. La Germania, dal canto suo, segnala per la prima volta dal dopoguerra un netto distacco dall’eurocentrismo, intendendo privilegiare gli interessi dei contribuenti nazionali. Ma – come hanno correttamente sottolineato Alesina e Perotti nel loro fondo sul Sole24Ore di sabato scorso – è ingiusto criticare la formica se si stufa di aiutare la cicala.

Formiche e cicale. A questo riguardo, ritorna in mente il solito tormentone della “saving glut“: per molti paesi (Usa in primis), vivere sopra i propri mezzi diventa possibile solo perchè altre nazioni producono e non consumano. I due squilibri macroeconomici vengono appaiati come se niente fosse. Una spiegazione che ho sempre ritenuto autoassolutoria e teoreticamente zoppicante. For what it’s worth.


Deutschland unter alles?

febbraio 15, 2010

I tedeschi si stanno stancando. Lo fanno a modo loro – in silenzio, lasciando parlare i fatti. Si stanno stancando di fare la parte della formica, con tante, troppe controparti a fare da cicale. Anzi, da maiali (parafrasando il termine “pigs” che sta riempiendo stucchevolmente le pagine di tutti i giornali in questi giorni).

Un atteggiamento di cui avevo avuto i primi sentori già lo scorso aprile, nel climax della crisi. Ospite alla fondazione Friedrich Ebert di Berlino, avevo ascoltato l’analisi del professor Markus Schreyer sul tema “L’Europa, modello di equilibrio tra stato e mercato?” . In sintesi il dimesso economista si chiedeva: fino a quando pagheremo per gli altri paesi europei? Per quanto ancora la politica tedesca non farà leva su questo tasto per esigenze elettorali?

La Merkel e i liberali di Westerwelle oggi cominciano a dare delle risposte. Il secco no al prestito di ultima istanza per la Grecia, che avrebbe sì ristrutturato il debito ellenico (verso cui gli istituti teutonici sono esposti per 43,2 miliardi di dollari, cinque volte l’Italia) ma avrebbe procrastinato ad libitum la resa dei conti per Papandreou; ma soprattutto le occulte manovre per portare sullo scranno della Bce il fidato Axel Weber, vestale di una politica monetaria restrittiva anti-inflazionistica.

Ma perché la Germania vede l’inflazione con il fumo negli occhi? Per due motivi, a mio parere. Uno è un retaggio storico: la Bundesbank non ha ancora istituzionalmente superato l’iperinflazione degli anni ’30, che espose la più grande democrazia europea del tempo all’irrompere del nazismo. La seconda ragione è più attuale: non lasciare svalutare le centinaia di miliardi di credito che la Germania ha concesso nel corso degli anni ai dirimpettai europei, Italia inclusa.

La locomotiva d’Europa, impantanata in un inedito stallo politico, vuole ripartire in fretta. Starà al buon cuore del conducente decidere se scaricare molti dei suoi ingombranti passeggeri.


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