Perché conviene pubblicare dati scomodi durante la silly season

gennaio 5, 2010

Due i fatti economici rilevanti occorsi ieri: l’Istat emana il bollettino sull’inflazione dell’intero 2009 (+0.8%), il Ministero dell’Economia pubblica i dati sul fabbisogno annuo dello Stato (85.9 miliardi di euro). I giornali mescolano i due eventi nel solito zibaldone di macroeconomia pubblica, in cui il rischio di fare confusione è alto. In più, ci si mettono i commenti più disparati, che, SULLE STESSE CIFRE, danno pareri diversi, se non opposti. L’effetto ultimo, ahimé, è sempre lo stesso: non si capisce se i dati sono coerenti con un panorama di ripresa economica, se invece sono in disaccordo, e, soprattutto, se sono consistenti tra loro.

Cominciamo con ordine: l’inflazione. Ho già detto (vd. post del 30 novembre) che, per la contenuta propensione al consumo dei cittadini italiani, un indice in positivo è sempre buon segno. Quest’anno è positivo, ma molto contenuto (il tasso annuo più basso dal 1959): buon segno anche questo? Secondo me sì, perché non diffonde l’idea che siano in atto scellerate manovre speculative. La serenità delle persone (quindi dei mercati) in questo senso è una merce di raro valore. Pensiamo infatti a cosa succederebbe se, nonostante la crisi, la disoccupazione, i tagli, avessimo comunque un’inflazione alta (4-5%): riusciremmo a farla passare, agli occhi dell’opinione pubblica, come un segnale di vitalità delle imprese nostrane? Non credo. Ciò detto, è una volta di più sconfortante osservare come LA STESSA CIFRA susciti una ridda di reazioni tra le più disparate. Cito da La Repubblica. Scajola: “Il potere d’acquisto della crisi non è stato penalizzato dalla crisi, anzi. In molti casi è aumentato (?)”. Il dato disaggregato di dicembre, comunque, mostra una ripresa inflattiva all’1%: “E’ un indice della ripresa dei consumi e delle attività economiche”. Come a dire, la botte piena e la moglie ubriaca. Infatti la Cgil ribatte che “il calo dei prezzi si registra nel pieno di una crisi che ha depresso l’economia e l’intero sistema produttivo”. Per il sindacato, sembra di capire, sarebbe stata salutare un’inflazione più alta. Ecco allora che scendono in campo le associazioni dei consumatori, Adusbef e Federconsumatori, che invece sottolineano come anche questo piccolo aumento sia negativo, avendo comportato un aggravio di ulteriori 240 euro nella spesa annua degli italiani (20 euro al mese). Il punto non è se crescono i prezzi, fenomeno fisiologico. E’ che vengano adeguati i salari, fenomeno politico e sindacale.

Secondo silly moment giornalistico: il fabbisogno dello Stato è aumentato di 31 miliardi nel 2009, attestandosi a 85.9. Aldilà che molti giornali (La Repubblica compresa) equivocano i termini di “fabbisogno” (saldo di TUTTE le transazioni della Pa, anche quelle finanziarie come i prestiti o la sottoscrizione di azioni) e “deficit” (saldo delle transazioni FINALI, quindi acquisto/cessione di beni e servizi e di trasferimenti, AL LORDO del pagamento per interessi sul debito), non si riesce a capire l’enigma fondamentale celato dal dato. Se è vero che lo scudo fiscale ha fruttato nel solo dicembre 2009 4.7 miliardi, e che l’unica posta “straordinaria” citata dal Ministero sono stati i 2.6 miliardi di prestiti alle banche attraverso i Tremonti-bond, com’è possibile che quest’anno lo Stato ha avuto bisogno di 30 miliardi in più? Sono tutti spiegabili con gli interessi sul debito? Ma, visto che per ripianare il fabbisogno si ricorre a nuovo debito, dobbiamo aspettarci una spirale incontrollabile già dalla prossima Finanziaria? E ancora: se il documento programmatico già stimava il fabbisogno pubblico addirittura a 88 miliardi (implicitando la sforatura dei parametri europei del 3% del rapporto deficit/pil), perché mai le risorse messe in campo con questa Finanziaria sono state così esigue?

Tutte domande che non troveranno una risposta chiara e sincera.


Lettura inflazionata sull’inflazione

novembre 30, 2009

A un orecchio inesperto, la seguente affermazione suona strana: “Per fortuna, nell’eurozona il tasso di inflazione a novembre è tornato positivo (0,6% congiunturale in Europa, 0,7% in Italia)”. Per fortuna? Pagare di più i consumi non deprime i redditi delle persone, che dunque in futuro consumeranno di meno? Insomma, l’inflazione è un bene o un male?

Se rimane contenuta, è un riflesso fisiologico dell’attività economica, quindi di per sè nè un bene nè un male. Strutturalmente i nostri consumi tendono a far prevalere la domanda sull’offerta presente, dunque a far salire i prezzi. Prezzi più alti, poi, dovrebbero incentivare le imprese a produrre di più (tecnicamente, si dice che la curva di offerta è inclinata positivamente), aumentando i redditi dei lavoratori, quindi la loro possibilità di spesa.

Tutto questo, se il lato dei percettori di reddito prevale su quello consumistico. Se cioè una persona si connota più per lo stipendio che riceve e risparmia che per quello che dissipa. In Italia – ce lo ripetono senza sosta ormai da mesi – la propensione al consumo è bassa, quindi l’impatto dell’inflazione è contenuto.

In ultima analisi, se i prezzi salgono – a poco a poco – per effetto di un corroboramento della dinamica di domanda, questo è un bene. Discorso a parte se a legittimare l’inflazione sono gli aumenti dei costi di petrolio e generi alimentari, principalmente guidati dalla speculazione. In quel caso è un male.


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