Gli islandesi, con percentuali bulgare, han deciso di fare i portoghesi

marzo 7, 2010

L'esplosione del popolo islandese ha assunto forme inaspettate

Il referendum islandese sul rimborso dei 3.9 miliardi di euro a Inghilterra e Olanda ha parlato chiaro: più del 97% dei votanti (ma siamo in Islanda o Bulgaria?) ha ribadito il suo no al ripianamento dei debiti contratti dalla banca Icesave, fallita nel 2008, con i clienti di Londra e de L’Aia (vd. post del 12 gennaio scorso). Aldilà dell’entità relativa del rimborso (il Pil islandese ammonta a 12 miliardi di euro: sarebbe come se noi dovessimo restituire overnight 500 miliardi), colpisce l’effetto che questa crisi economica ha avuto sull’opinione pubblica, tanto da spingere il pacioso popolo artico ad una presa di posizione così netta contro il “capitalismo strozzino”.

Mentre i comparti azionari festeggiano il primo anno di ripresa (marzo 2009 è stato il loro punto più basso), i rischi e i problemi hanno traslocato in massa sul versante del debito sovrano. Un settore incendiario, che coinvolge i soldi dell’intera comunità votante, non solo quella dei (pur tanti) risparmiatori e investitori. L’Islanda, che alla fine ripagherà comunque il suo debito (magari a condizioni meno onerose e con tempi più lunghi), è la spia che il pubblico non è disposto a pagare per la nochalance dei vertici della finanza. Il pericolo risiede nell’escalation di simili espressioni di dissenso, tenuto anche presente che Reykjavik conta solo 200mila abitanti. In Grecia sono 10,6 milioni, in Spagna 46 milioni. Noi 60.


Islanda, ovvero: ma il pubblico è pagante?

gennaio 12, 2010

I salvataggi pubblici sono stati indagati in lungo e in largo, ma la domanda principale, forse, è rimasta inevasa: ma il pubblico vuole veramente pagare? Il “pubblico” significa ogni contribuente, che, per salto logico, vuol dire ogni elettore. Riformulando la domanda: i cittadini voterebbero di accollarsi un futuro di tasse maggiorate e tagli fiscali?

Il caso islandese ci dà, almeno parzialmente, una risposta. In breve: le tre principali banche di Reykjavik negli ultimi 10 anni hanno invaso i mercati dei depositi bancari inglesi e olandesi. Alti tassi di interesse, zero commissioni, hanno conquistato ampie fette di mercato. Con una controindicazione: i depositi non erano garantiti dagli schemi di assicurazione pubblica inglesi e olandesi, bensì islandesi. I depositi ammontavano a varie volte il pil islandese, quindi quando sono cominciati i default, molti sono rimasti pendenti. O meglio: i risparmiatori sono stati rimborsati dai governi di Londra e l’Aia, che adesso si aspettano i soldi indietro da Reykjavik. Il governo islandese della signora Sigurdardottir ha fatto passare in Parlamento una legge che garantisce un rimborso di 3.9 miliardi di euro. Il presidente della Repubblica Grimsson ha però bocciato la legge, forte della volontà popolare, che al 60% non sono disposti a pagare con le proprie tasse i “ricchi stranieri”. Se pure si rivolgesse a un referendum, l’irreprensibile premier non otterrebbe alcunché.

Aldilà delle conseguenze ultime di questa presa di posizione (le sanzioni o preclusioni minacciate probabilmente indurranno le autorità a cambiare idea), urge una presa di coscienza: scaricare i debiti privati sul pubblico – che ha un validissimo asso nella manica: il voto – non è la panacea che molti analisti descrivono.


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