
L'esplosione del popolo islandese ha assunto forme inaspettate
Il referendum islandese sul rimborso dei 3.9 miliardi di euro a Inghilterra e Olanda ha parlato chiaro: più del 97% dei votanti (ma siamo in Islanda o Bulgaria?) ha ribadito il suo no al ripianamento dei debiti contratti dalla banca Icesave, fallita nel 2008, con i clienti di Londra e de L’Aia (vd. post del 12 gennaio scorso). Aldilà dell’entità relativa del rimborso (il Pil islandese ammonta a 12 miliardi di euro: sarebbe come se noi dovessimo restituire overnight 500 miliardi), colpisce l’effetto che questa crisi economica ha avuto sull’opinione pubblica, tanto da spingere il pacioso popolo artico ad una presa di posizione così netta contro il “capitalismo strozzino”.
Mentre i comparti azionari festeggiano il primo anno di ripresa (marzo 2009 è stato il loro punto più basso), i rischi e i problemi hanno traslocato in massa sul versante del debito sovrano. Un settore incendiario, che coinvolge i soldi dell’intera comunità votante, non solo quella dei (pur tanti) risparmiatori e investitori. L’Islanda, che alla fine ripagherà comunque il suo debito (magari a condizioni meno onerose e con tempi più lunghi), è la spia che il pubblico non è disposto a pagare per la nochalance dei vertici della finanza. Il pericolo risiede nell’escalation di simili espressioni di dissenso, tenuto anche presente che Reykjavik conta solo 200mila abitanti. In Grecia sono 10,6 milioni, in Spagna 46 milioni. Noi 60.
Pubblicato da economictag