Gli arbitraggi del Mondiale

giugno 24, 2010

Giacchette nere e fischietto in bocca? Niente di tutto questo. Gli arbitraggi in questione sono quelli finanziari. Apprendo dal Ft di oggi che durante la partita Inghilterra-Slovenia, decisiva per Albione e svoltasi a mercati aperti (dalle 16 alle 18), molti schermi dei trader di Londra hanno interrotto il solito pattern di grafici e quotazioni e si sono sintonizzati col Sudafrica. Ancora meglio, orde di colletti bianchi accaldati, rigorosamente British,  si sono riversate nei pub dell’angolo, per un break di due ore in cui difficilmente si sarà parlato di lavoro (ma qualche trader ha portato pure dei clienti).

D’altra parte, però, le società della City si avvalgono di decine e decine di nazionalità diverse. Bene: i gruppi con il minor numero di inglesi hanno avuto, per quel lasso di tempo, un vantaggio competitivo mica da ridere. Alcuni rumors dicono che dossier riservati e delicati siano stati passati sotto banco ai colleghi americani, visto che molti omologhi londinesi non si trovavano alla scrivania. Addirittura molte emissioni di bond sono state ritardate perchè tanto non ci sarebbe stato nessun investitore pronto a comprare. In un modo o nell’altro, la partita ha alterato il normale andamento dei corsi azionari, facendo perdere e guadagnare soldi a molti a seconda del timing. Certo, somme irrisorie. Ma comunque somme.

Fenomeno analogo qualche mese fa negli Usa, quando al centro dell’attenzione c’era la conferenza stampa autoaccusatoria di Tiger Woods (si sa come sono gli americani, niente li appaga di più di vedersi allo specchio). Insomma, fenomeni mediatico-sportivo possono influenzare i mercati. Indipendentemente da quello che dicono e da come vanno a finire.


Prevedere e postvedere

dicembre 12, 2009

La sensazione è sempre la stessa. Le predizioni sul comportamento dei mercati finanziari servono meno di quanto si vorrebbe intendere, le interpretazioni degli andamenti sono sempre retroattive. Prima si guarda a cosa succede, e poi se ne cerca una spiegazione plausibile, buona soprattutto per un’opinione pubblica inesperta e bisognosa di sapere che l’intellighenzia che manda avanti l’economia mondiale non è poi così sprovveduta.

Ultimo esempio per ordine di tempo, il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro nelle ultime due settimane (da 1.51 a 1.46). Prima valeva la spiegazione per cui il crash di Dubai World aveva così spaventato i mercati, che tutti erano corsi a comprare dollari come moneta di riserva (tutti dicono che quando c’è burrasca il biglietto verde è l’ombrello più sicuro in cui ripararsi); poi ci sono stati i declassamenti dei debiti sovrani di Grecia e Spagna da parte delle agenzie di rating, che hanno agitato le coscienze di tutti coloro che dispongono di attività in euro: di nuovo, tutti a comprare dollari.

Il punto è: tutti questi avvenimenti non sono improvvisi, né imprevisti. Sono la classica punta dell’iceberg, sotto la quale ci sono mesi (se non anni) di accumulazione di debito. Perché non si anticipano le conseguenze che questi processi avranno sulle variabili economiche, di modo che il loro andamento non ci appaia come un’inesorabile fatalità, ma come il frutto di un logico corso degli eventi? L’intera comunità finanziaria se ne gioverebbe in termini di credibilità e attrattiva, e i piccoli risparmiatori si ritroverebbero meno spesso con un pugno di mosche in mano.


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