Il ruolo della Bce nella crisi

maggio 9, 2010

Ore convulse tra riunioni d’urgenza e conference call transatlantiche per salvare l’euro. In tutta fretta per cercare di anticipare i mercati (quelli asiatici aprono che in Europa è ancora domenica) e le valutazioni di analisti e speculatori.

Nel documento varato venerdì sera dai 16 esponenti dell’eurogruppo e che oggi sarà la base per il meeting della Commissione Ue a Bruxelles, si fa riferimento a un generico coinvolgimento della Bce nel salvataggio dei Paesi in difficoltà. Ad oggi, la Banca Centrale Europea non può intervenire acquistando titoli sovrani di tali Paesi, concedendo così liquidità direttamente ai governi. E’ una norma a presidio dell’indipendenza della Banca, perno della visione europea della Germania.

Dovesse concretizzarsi l’eventualità di una Bce più invasiva, le conseguenze potrebbero essere due. Nella migliore delle ipotesi, una buona e una cattiva.

La buona sarebbe che lo schema di salvataggio dei Paesi a rischio (una sorta di paracadute automatico che si apre quando uno Stato va in difficoltà) avrebbe una base decisionale univoca, di stanza a Francoforte, con le risorse sufficienti per tranquillizzare di volta in volta i mercati. Il modello sarebbe la Fed, o La Bank of England, che nel corso di questi anni hanno inondato le piazze di liquidità up front in cambio di obbligazioni, talvolta addirittura corporate (una cosa mai vista in precedenza).

La notizia cattiva sarebbe, appunto, la perdita di assoluta indipendenza da parte dell’istituto guidato da Trichet. Un salto all’indietro di quasi 40 anni, quando le banche centrali funzionavano da bancomat per gli stati sovrani in (disperata) ricerca di liquidità. Un rischio da non sottovalutare. Che piace da sempre a Sarkozy e molto poco ai tedeschi, come sempre (e giustamente) guardinghi su decisioni che possono mettere a repentaglio la stabilità finanziaria dell’area. Se le carrozze deragliano, anche la locomotiva è costretta a fermarsi.

Ieri intanto ottimo post di Rampini sul tema della speculazione. Aldilà della fattispecie, è un monito a non vedere mai, in finanza, le cose da un versante solo.


Pillole dal mondo #2

aprile 12, 2010

Salvataggio Grecia. L’Eurogruppo, in conference call domenicale, si è finalmente espresso sul vero nodo del salvataggio ellenico: quale tasso facciamo pagare ai greci per i 30 miliardi che concediamo loro? Si è optato per il 5%, più di 200 punti base inferiore al tasso di mercato recentemente spuntato dalla Grecia per i suoi bond pluriennali (gli ultimi 7 miliardi di euro a 12 anni non sono stati per nulla un successo), molto superiore al tasso medio sul debito europeo o a quello che praticherà il Fmi per il suo aiuto suppletivo (si parla del 2%).

Le analisi a riguardo stanno spaccando il panorama degli economisti, e dei giornali che si accodano a questo o a quell’oracolo. I numeri, al solito, sono presi nel mezzo di opinioni che più agli antipodi non si potrebbe. Se si prende Repubblica di oggi, leggiamo Jean-Paul Fitoussi che si scaglia contro un tasso che è solo sanzionatorio, non solidale (con esplicita reprimenda alla Merkel, rea di essersi piegata ad interessi elettorali nazionali). Insomma, troppo alto per poter costituire un vero aiuto. Per il Sole24Ore, ormai sempre più versione italiana del Ft (magari lo fosse davvero…), il 5% è invece quasi un regalo per i conti pubblici greci, che non avrebbero potuto reggere interessi più elevati: segue analisi politologica del coraggio elettorale della Merkel e della sua vittoria nei confronti del presidente Bundesbank Axel Weber, che avrebbe voluto misure molto più severe e draconiane, anche al costo della fuoriuscita della Grecia dall’area euro. Insomma, tutto e il contrario di tutto: basta cambiare il colore della carta che si utilizza.

Salvataggio Grecia 2. I conti italiani sono dissestati, per quanto più lontani dal baratro di  quelli di Spagna e Portogallo. Ciò detto, non siamo nelle migliori condizioni per aiutare gli altri: l’aiuto di ogni paese, sia in sede europea che Fmi, sarà proporzionale al peso detenuto nel capitale della Bce  e del Fmi. L’Italia è rispettivamente terza e settima, dunque destinata a sforzi non indifferenti (a spanne, su 45 miliardi complessivi ne potrebbe sborsare circa 5.5: metà scudo fiscale). Viene da pensare che il nostro paese avalli l’aiuto greco nel caso si trovi nella medesima situazione tra qualche tempo.

Conti pubblici Italia. Lo spread dei titoli italiani a 10 anni è ancora contenuto (circa il 3,89%). Ma, oltre al prezzo, ci sono le quantità: e le quantità dicono che l’offerta di Btp decennali messi all’asta la settimana scorsa dal Tesoro non ha avuto una domanda sufficiente. Insieme a Cct, sono stati racimolati circa 10 miliardi di euro, quando ne erano stati chiesti più di 13. Continuiamo a monitorare l’Odissea greca, ricordando però che molte delle peripezie di Ulisse si svolsero da noi.


Deutschland unter alles?

febbraio 15, 2010

I tedeschi si stanno stancando. Lo fanno a modo loro – in silenzio, lasciando parlare i fatti. Si stanno stancando di fare la parte della formica, con tante, troppe controparti a fare da cicale. Anzi, da maiali (parafrasando il termine “pigs” che sta riempiendo stucchevolmente le pagine di tutti i giornali in questi giorni).

Un atteggiamento di cui avevo avuto i primi sentori già lo scorso aprile, nel climax della crisi. Ospite alla fondazione Friedrich Ebert di Berlino, avevo ascoltato l’analisi del professor Markus Schreyer sul tema “L’Europa, modello di equilibrio tra stato e mercato?” . In sintesi il dimesso economista si chiedeva: fino a quando pagheremo per gli altri paesi europei? Per quanto ancora la politica tedesca non farà leva su questo tasto per esigenze elettorali?

La Merkel e i liberali di Westerwelle oggi cominciano a dare delle risposte. Il secco no al prestito di ultima istanza per la Grecia, che avrebbe sì ristrutturato il debito ellenico (verso cui gli istituti teutonici sono esposti per 43,2 miliardi di dollari, cinque volte l’Italia) ma avrebbe procrastinato ad libitum la resa dei conti per Papandreou; ma soprattutto le occulte manovre per portare sullo scranno della Bce il fidato Axel Weber, vestale di una politica monetaria restrittiva anti-inflazionistica.

Ma perché la Germania vede l’inflazione con il fumo negli occhi? Per due motivi, a mio parere. Uno è un retaggio storico: la Bundesbank non ha ancora istituzionalmente superato l’iperinflazione degli anni ’30, che espose la più grande democrazia europea del tempo all’irrompere del nazismo. La seconda ragione è più attuale: non lasciare svalutare le centinaia di miliardi di credito che la Germania ha concesso nel corso degli anni ai dirimpettai europei, Italia inclusa.

La locomotiva d’Europa, impantanata in un inedito stallo politico, vuole ripartire in fretta. Starà al buon cuore del conducente decidere se scaricare molti dei suoi ingombranti passeggeri.


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