Rette parallele

luglio 14, 2010

Fiscal tightening o fiscal boosting? Von Hayek o Keynes? Europa o America?

L’economia non è patria di certezze. Decenni, secoli di teorie consolidate, appurate, dimostrate spazzate via in pochi mesi di tumulti. Salvo poi riprendere fiato e riaffermarsi come visione economica dominante.

Sia chiaro: la dialettica teorica (Hegel dixit) è solo positiva, a patto che conduca a una sintesi. Negli ultimi tempi, però, pare che di spazio per la sintesi non ce ne sia proprio.

Sarò meno criptico. Da una parte (in America) ci sono quelli per cui la crescita va ottenuta con un ravvivamento della domanda. Consumi delle famiglie, investimenti delle imprese, spesa pubblica, bisogna fare di tutto per incentivare l’economia. Da qui sgravi fiscali, investimenti statali, agevolazioni una tantum e continuative. Tutto questo genera deficit e dunque debito pubblico, che le amministrazioni contano di riassorbire con le maggiori entrate fiscali future, quando il treno ripartirà. E’ la classica visione keynesiana del moltiplicatore, secondo cui basta anche un piccolo tocco alla pallina, che – come se fosse su un piano inclinato – essa acquista progressivamente velocità.

Dall’altra parte dell’oceano, ora prevalgono invece i fautori del rigore fiscale. Si tira la cinghia: sui benefit, l’assistenza, la previdenza, i servizi. Ogni paese declina queso inasprimento a modo suo. In un contesto federale, come la Germania, le tensioni centro-periferia sono in qualche modo istituzionalmente inquadrate. Da noi, il peso dei tagli ricadrà quasi unicamente sulle Regioni, che dalla parte delle entrate tuttavia hanno ben poca autonomia. Si stringono i cordoni sulla base di questa considerazione: molti Paesi (Italia in primis) sono già indebitati fino al collo, e sono costretti ogni poco a ricorrere ai soldi del mercato. Per non pagare interessi sempre più opprimenti, si cerca di fare i bravi di fronte agli investitori. Si taglia oggi per convincere i possibili finanziatori che i loro risparmi non andranno sprecati in futuro. Questa è la visione tedesca, che poi è stata seguita da praticamente tutti i Paesi dell’Unione.

Le due posizioni provano a parlarsi, ma non si capiscono. Obama taccia la Merkel di spilorceria. Economisti come Fortis (fondazioni Edison) dalle colonne del Sole24Ore criticano aspramente i teorici della spesa pubblica, come Krugman.

Tra le due sponde dell’Atlantico, quanto mare che c’è.


Riforma del sistema finanziario Usa in pillole

maggio 21, 2010


Punti salienti riforma del sistema finanziaria passata stanotte dal Senato (da armonizzare con la versione passata mesi fa dal Congresso), tenuto presente che non c’è ancora nulla di certo finché non arriva sulla scrivania del presidente: in ballo soprattutto le esenzioni dai maggiori controlli per particolari categorie produttive (costruttori di automobili):

- la versione del Senato è per certi versi più restrittiva di quella del Congresso, per altri meno. L’armonizzazione richiederà settimane, se non mesi

o prende finalmente corpo la Volcker Rule, tesa a proibire il cosiddetto proprietary trading da parte delle grandi banche di investimento. Il proprietary trading si usa per descrivere il fenomeno per cui la banca impiega i propri soldi (e non quelli dei clienti) in attività rischiose, mettendo a repentaglio le risorse dei clienti. Allo stesso modo si impone alle banche di scorporare le generiche operazioni in derivati. E’ l’attività attualmente più lucrativa per le banche, che ha permesso ingenti utili nel I trimestre 2010. Wall St. opporrà strenua resistenza, la legge risponderà negando il finanziamento di ultima istanza da parte della Fed nel caso di mancato adeguamento allo spin off

o analogo divieto per le banche d’affari nell’investire in hedge fund e private equity, gli attori che più di tutti speculano (quindi rischiano sui mercati)

o cavallo di battaglia di Christopher Dodd, presidente della commissione bancaria del Senato: istituzione di un’agenzia per la protezione dei consumatori di strumenti finanziari, che vigili sui prestiti cosiddetti abusivi, dati cioè a chi non può permettersi di ripagarli. E’ il provvedimento che riguarda maggiormente la vita dei cittadini americani. Va a colpire il cuore del problema “subprime”. Il Congresso la vuole indipendente, il Senato la mette sotto la Fed

o Il salvataggio delle imprese in difficoltà – specie se banche – dovrà avvenire a costo zero per il contribuente, attraverso un fondo (ancora non si sa quanto grande e finanziato da chi – la legge del Congresso parlava di 150 miliardi $ prelevati con tasse patrimoniali alle grandi banche) cui attingere in caso di liquidazione di azionisti e maggiori creditori. In caso di salvataggi, i regolatori avranno pertanto la facoltà di smembrare gli istituti finanziari e di venderne gli asset. Obiettivo: impedire il concetto del “too big to fail”

o I principali istituti finanziari saranno obbligati a mettere da parte molti miliardi di dollari di capitale proprio a fronte delle loro attività rischiose, abbassando in particolare la leva finanziaria consentita

o Gli strumenti di finanza derivata non passeranno più dai mercati Over the Counter – cioè non regolamentati – ma verranno assoggettati a obblighi di trasparenza e richieste di margini di garanzia come un titolo ordinario. Importante che questi strumenti – che spesso hanno una preponderante componente “naked”, ossia scoperta rispetto all’attività sottostante cui si riferiscono – passino per una figura terza che compensi una delle due controparti nel caso la situazione del sottostante esuli dalle possibilità di pagamento. Questo servizio non sarà ovviamente gratis per gli operatori finanziari, ma richiederà maggior circospezione [avversione al rischio], nel tentativo di legare maggiormente i prodotti derivati al nozionale a cui sono appiccicati

o Il punto sulle agenzie di rating non dice in realtà nulla di nuovo: si ribadisce una supervisione più severa e l’incentivo della concorrenza nel mercato delle rating agenzie, in modo da avvantaggiare le piccole. E’ uno degli aspetti meno innovatori

- La Fed amplierà le sue prerogative ben aldilà della politica monetaria: l’ingerenza, in senso lato, della sfera pubblica si fa ancora più forte. I mercati la prenderanno male, specie se il corso legislativo impiegherà troppo tempo per concretizzarsi, in un senso o nell’altro.


Obama mette a dieta gli ingordi

gennaio 15, 2010

Smentendo le malelingue che lo volevano troppo vicino a Wall Street, Obama ha annunciato una tassa speciale sui mega banchieri (coinvolte le abnche con un patrimonio di oltre 50 miliardi di dollari, cioè circa 50 istituti). Una tassa che dovrebbe essere – in gergo – “lump sum”, ossia una tantum, come punizione per l’avidità e l’irresponsabilità dimostrate in tutti questi anni. Tesa a recuperare i 117 miliardi di dollari che il piano di aiuti alle banche (Tarp) è costato al bilancio federale.

Non quindi una tassa sulla circolazione dei capitali (Tobin tax), come propugnato dalla Gran Bretagna, né una tassa sui bonus, come invece sostengono Francia e Germania, ma una sorta di mannaia che cade – pesantemente – sui rinati appetiti di Wall Street. In questo senso, è il primo segnale.

A quel che è dato conoscere, manca nella misura, che ha ampio valore simbolico e politico per la gente di Main Street (quasi una dolce vendetta), un respiro che la renda strutturale e non estemporanea. Per assolvere il proprio dovere a pieno, la tassa dovrebbe rappresentare un costante deterrente. Giochi troppo con i soldi degli altri? Sappi che prima o poi ci rimetterai i tuoi.

Va da sè che questa misura, da sola, non risolva un granché. Il vero nodo sarà costringere le banche a ricapitalizarsi, e a sostenere politiche anti-cicliche: mettere da parte più riserve quando le cose vanno bene, e allargare i cordoni quando le cose vanno male. E’ su questo punto che si gioca la credibilità del Financial Stability Board di Mario Draghi e del Segretario del Tesoro Timothy Geithner.


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