Il divieto di short selling imposto dalla Germania a 10 sue banche ha rallentato i mercati, spaventati da qualsiasi forma di restrizione. Non è la prima volta che viene preso tale provvedimento. Ma cosa vuol dire?
Il divieto di short selling imposto dalla Germania a 10 sue banche ha rallentato i mercati, spaventati da qualsiasi forma di restrizione. Non è la prima volta che viene preso tale provvedimento. Ma cosa vuol dire?
Ci risiamo. Nei corsi e ricorsi storici della finanza, è giunto di nuovo il momento in cui gli short-sellers (i ribassisti) vengono messi alla gogna. Lo scorso 24 febbraio la SEC (l’autorità Usa di controllo della Borsa) ha diposto nuovi divieti sulla pratica di “vendita allo scoperto” nei mercati finanziari. L’obiettivo: sostenere i corsi azionari, che dopo il boom del 2009 stanno vivendo una fase di stagnazione, condita da estrema volatilità. Una mossa che segue quelle delle altre autorità di sorveglianza finanziaria che, all’indomani del crac di Lehman nel 2008, si affrettarono a vietare la pratica. Consob in primis, si decise di aiutare la squadra in difficoltà imponendo che i difensori avversari non potessero entrare nell’area di rigore. Mentre il mercato riprendeva colore, i divieti si sono fatti meno stringenti. Adesso dall’America il nuovo giro di vite.
Ma chi sono i ribassisti che tanto spaventano il mercato? Sono quelli che – scommettendo sul deprezzamento di un asset – se lo fanno prestare per venderlo oggi, confidando di acquistarlo per restituirlo domani a un prezzo ribassato. Se a farlo sono milioni di investitori, ciò provoca l’effettivo deprezzamento dell’asset. Aspettativa che si autorealizza. Sembrerebbe che con i divieti si impedisca alla speculazione dei pessimisti di affossare il mercato. In realtà, non solo numerosi studi empirici hanno dimostrato che vietare tali pratiche non comporta nessun beneficio ai corsi azionari (anzi), ma anzi si sottrae ai mercati una preziosa fonte di liquidità: i ribassisiti che ricomprano a prezzo ribassato, ma comunque comprano (in momenti in cui pochi lo farebbero).
Insomma, una mossa “politica”, che segue poco la logica e le raccomandazioni degli esperti finanziari e molto, troppo, il comune sentire dei non addetti.
I giornali italiani non se ne occupano, ma c’è uno spettro che si aggira per l’Europa. Gli organi stranieri (FT, WSJ…insomma i giornali minori), con qualche ragione, sbattono invece l’evento in prima pagina. Perchè di evento si tratta, con buona pace delle tiepide rassicurazioni del Sole 24 Ore, che si rallegra della scarsa esposizione del nostro sistema bancario nei titoli pubblici del Sud Europa (e noi dove siamo, in Scandinavia?).
L’evento, dicevamo, è che in atto una massiccia speculazione ribassista contro l’euro. In parole povere, gli investitori istituzionali – quelli che muovono quantità tali da incidere su prezzi, interessi e cambi – stanno scommettendo che l’euro andrà sempre più giù. Lo fanno “allo scoperto”, cioè senza possedere realmente la valuta europea: vendono qualcosa che non hanno adesso, confidando di ricomprarlo in futuro a un prezzo inferiore. Se tutti lo fanno allo stesso momento, come sta accadendo in questi giorni, l’aspettativa si autorealizza (in corrispondenza di 40mila contratti e 8 miliardi di dollari in controvalore nella settimana fino al 2 febbraio, l’euro è sceso a 1,36 dollari). Più ci si allinea in queste previsioni ribassiste, e meno è rischioso scommettere. Come a dire che più sono i giocatori che puntano un numero alla roulette e più la probabilità che quel numero esca effettivamente aumenta.
Avessimo la possibilità, saremmo già al casinò.
La notizia suscita una domanda: c’è qualcuno dietro questo attacco valutario, che ricorda i raid guidati da Soros contro lira e sterlina nel 1992? Wall Street, l’establishment cinese, quello americano? Insomma, a chi conviene un euro debole?
Per paradosso, potrebbe convenire proprio all’Europa. Soprattutto a quei paesi affetti di atavica gap da competitività (Italia in primis), cui esportazioni meno costose potrebbero catalizzare un minimo di ripresa. Ne risulteranno però dissestati i conti pubblici, che per essere finanziati con valute extra-euro andranno incontro ad ulteriori aggravi.
Con tutto questo rosso nei budget pubblici, la notizia meritava almeno un titolo in prima.