In Italia la scuola non fa scuola

giugno 29, 2010

Nella manovra attualmente in discussione al Senato, c’è un punto emblematico. Riguarda – ca va sans dire – la scuola, tra i settori più bistrattati della sfera pubblica italiana.

Il punto è questo. I risparmi ricavati dal blocco contrattuale triennale del personale scolastico andranno a coprire le posizioni debitorie delle scuole e a finanziare le supplenze brevi. E non – come promesso dal ministro dell’Istruzione Gelmini e ribadito velleitariamente qualche giorno fa dal ministro Tremonti – alla “promozione degli insegnanti meritevoli”, come sancito in seguito ai tagli agli organici (nell’ordine del 10%) previsti dalla Finanziaria per il 2009.

Insomma: si sono tagliati gli organici con la promessa di premiare l’efficienza e ridurre gli sprechi. Risultato: i costi sono comunque aumentati e i dirigenti scolastici sono stati costretti a indebitarsi o a rivolgersi direttamente ai genitori per colmare le lacune. Per correre urgentemente ai ripari, si congelano i contratti e si storna il ricavato per coprire i buchi. Ma c’è qualcuno al ministero che abbia mai sentito parlare di mechanism design? Non c’è peggior incentivo per un’azione “alta” di una ricompensa monetaria promessa e poi revocata.

Si dirà: ma se i soldi mancano, come si fa? Senza voler entrare in territorio ideologico, i soldi per la scuola pubblica, in un modo o nell’altro, si trovano sempre. Per quanto la si cerchi di affossare, delegittimare, fiaccare, la scuola è un comparto che nessun governo si può permettere di far colare a picco. Permea il quotidiano delle persone, ha un immediato ritorno (soprattutto negativo) in termini di consenso. Per questo, era sacrosanto mantenere lo schema di incentivi al “rialzo” e prendere i soldi da qualche altra voce. Meno strategica, meno vitale per un Paese, come l’Italia, che passa dall’eccellenza della scuola primaria all’arretratezza del secondo grado superiore.

Tutto questo in un clima di perenne incertezza, specie per la scuola elementare: il 2009-10 è stato l’anno di transizione verso il maestro prevalente. A settembre la vera resa dei conti.


Il maialino Tremonti apre il fuoco

marzo 9, 2010

OPSPA: Ormai Parliamo Solo Per Acronimi

Tutto si può dire del buon Giulio Tremonti tranne che manchi di vis dialettica. Con la sua “r” arrotata, ha Risposto per le Rime a chi – duRante la Recente Reunion del suo Aspen Institute a Venezia lo scoRso weekend – continuava a RinfacciaRgli l’appaRtenenza al club dei “pigs”, i suini spendaccioni che si cRogiolano al sole del mediteRRaneo. Ribadendo un’accusa già lanciata da PRodi nei gioRni scoRsi, TRemonti ha invitato i paesi anglosassoni a guaRdare in casa pRopRia. I maialini euRopei saRebbeRo vittime del “fuoco” anglo-ameRicano (FIRE, ennesimo acronimo che sta per Financial, Insurance e Real Estate, i tre settori in cui la crisi è stata incubata).

Siamo dunque di fRonte ad un aRRosto di maiale. E noi che pensavamo di esseRe già alla fRutta.


Specchietti per allodole

dicembre 18, 2009

Quando Brunetta lo definisce “avvocato tributarista”, per marcare la differenza con un “economista” (che sarebbe Brunetta stesso, poi. Ma questa è tutta un’altra storia…), Tremonti va su tutte le furie. Ma quando lui e la sua corte tirano certi sfondoni, il dubbio che Renato abbia ragione è forte. Oppure è tutto un bluff, Tremonti è un ottimo incantatore di serpenti, e noi siamo parecchio ingenui.

Il tema è lo scudo fiscale. Quanti punti percentuali di Pil dovrebbe far rientare? Secondo Tremonti, 5. Così, un numero facile facile per la massa crassa. Che vi si abbevera entusiasta. Tutto questo perchè lo scudo, secondo le stime di via XX settembre, dovrebbe far rimpatriare (emergere) tra i 78 e gli 80 miliardi di Pil, grosso modo il 5% della nostra ricchezza (1550 miliardi di euro circa). Ma il vero contributo alle casse pubbliche è il 5% di quel 5%, ossia tra 3,5 e 4 miliardi. Lo 0,25% del Pil, semmai.

Le cifre non sono mai disoneste. Chi le adopera pro domo sua, spesso, sì.


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