Cosa derivare da una rivolta sui derivati

luglio 20, 2010

Riprendo da MF – Milano Finanza (mi riesce un po’ più facile, adesso…), che apre con la rivolta delle aziende europee contro le nuove normative Ue, più stringenti, sull’utilizzo dei derivati.

Qual è l’argomento del contendere? Sull’esempio americano, anche la Commissione di Bruxelles vuole spostare le contrattazioni dei derivati da otc (over the counter, cioè su base bilaterale non regolamentata) su mercati pubblici, che siano tracciabili e trasparenti. Questi public exchanges richiedono uno sforzo finanziario in più: fornire sempre la copertura di un margine (requirement margin) per rassicurare la controparte.

In più, i mercati regolamentati si avvarrebbero di un istituto di garanzia, la camera di compensazione, che avrebbe proprio il compito di tenere in equilibrio le posizioni delle controparti attraverso i margini di garanzia depositati. In soldoni: mentre il valore di un titolo derivato sta scendendo, i requisiti di copertura aumentano, e la controparte può stare tranquilla. Il meccanismo funziona anche al contrario: se il derivato, secondo la pratica del mark to market, acquista valore, i margini da depositare scendono.

Per ottemperare alle richiestedi margine le aziende – specialmente quelle grosse che operano sui mercati globali, specialmente quelle che utilizzano i contratti derivati (tipicamente opzioni e futures) per fare hedging, cioé per coprirsi dalle oscillazioni dei prezzi delle materie prime, dei tassi di interesse, dei cambi in un prevedibile futuro – hanno bisogno di tanta liquidità.

E spesso queste aziende questa liquidità non ce l’hanno, o se la detengono serve loro per altre ragioni.

Da qui, la loro levata di scudi contro il proposito della Ue, che per loro significherebbe ulteriore ricorso ai finanziamenti. Da Shell a Bp, da Lufthansa a BA, da BMW a Daimler, tutti d’accordo che una simile risoluzione le strangolerebbe. “Noi – è la giustificazione – utilizziamo tali contratti solo per coprirci dai rischi. Chi ci specula sopra sono le banche“.

Vero: il primo a essere ridisegnato è il settore finanziario. Ma non può non balzare agli occhi che anche il mondo corporate deve stare più attento. Specialmente se non ha sviluppate competenze di finanza derivata. Specialmente se è troppo piccolo per poter sopportare gli eventuali rischi.

Insomma, un conto è indirizzare il pompiere verso il giusto incendio. Un altro è mettersi di traverso e non fare passare i pompieri.


I test che sono uno stress

luglio 6, 2010

Gli stress test sulla solidità delle banche europee sono essi stessi fonte di nervosismo per banche e mercati. Come saranno, come e se saranno pubblicati: nessuno ancora lo sa con certezza, nonostante le continue assicurazioni dei vertici Ue e Bce.

Due le apocalissi che i tecnici Ue mettono in conto:

1. Che prenda corpo la tanto temuta “double-dip recession”, cioè che l’economia continentale ripiombi tra qualche mese in recessione;

2. Che un paese dell’area euro (sono aperte le scommesse) fallisca, rendendo vani tutti gli sforzi, tardivi, dei vertici europei.

I test mirano a verificare che, nell’eventualità di uno sfacelo, le banche abbiano sufficiente “cuscinetto” di capitale proprio per arginare la svalutazione degli attivi. In America li hanno già fatti alle principali 19 banche e 10 sono risultate sottocapitalizzate.

Il vero casino, però, lo sta facendo la bagarre sulla loro pubblicazione. Le banche, comprensibilmente, rimangono guardinghe su un test che potrebbe palesare ai mercati tutta la loro fragilità. D’altro canto, decidere di non pubblicarli è anche peggio, poiché difonderebbe nel mercato uno “stigma” negativo su quell’istituto.

In tutto questo trambusto di date e dichiarazioni, gli speculatori si stanno sfregando le mani: per loro è meglio vivere nell’assoluta incertezza piuttosto che in epoca di rischio calcolato.


Pillole dal mondo

marzo 29, 2010

Inauguro oggi la rubrica del lunedì, “Pillole dal mondo”. Due-tre flash degli eventi o commenti che hanno colpito la mia distratta attenzione domenicale.

Jim O’Neill. Il chief economist di Goldman Sachs conferma avere una dialettica formidabile. Dopo aver inventato l’acronimo ormai più famoso del panorama finanziario internazionale, BRIC, la sua immaginazione si lancia verso altri picchi inesplorati. L’ultima pensata riguarda la crisi greca, derubricata al rango di “Facebook crisis“: la sfiducia e il pessimismo oggi corrono veloci sul web, obnubilando le menti degli investitori, compulsivamente attaccati ai monitor. Due parole per esprimere tutto un mondo fatto di annunci e aspettative che si autorealizzano. Geniale.

Ue e Fmi. Bruxelles si è finalmente messa d’accordo con se stessa sugli aiuti da destinare alla Grecia. Due i binari previsti (si pensa nelle proporzioni 2/3 e 1/3): da un lato accordi bilaterali volontari tra i Paesi dell’Unione e la Grecia, dall’altro il ricorso al Fondo Monetario Internazionale. La seconda opzione è stata caldamente avanzata dalla Merkel e pugnacemente osteggiata dal resto dell’Ue, timorosa di un’eccessiva ingerenza del Fondo di Washington sulle politiche e strategie di un membro dell’area euro. La Germania, dal canto suo, segnala per la prima volta dal dopoguerra un netto distacco dall’eurocentrismo, intendendo privilegiare gli interessi dei contribuenti nazionali. Ma – come hanno correttamente sottolineato Alesina e Perotti nel loro fondo sul Sole24Ore di sabato scorso – è ingiusto criticare la formica se si stufa di aiutare la cicala.

Formiche e cicale. A questo riguardo, ritorna in mente il solito tormentone della “saving glut“: per molti paesi (Usa in primis), vivere sopra i propri mezzi diventa possibile solo perchè altre nazioni producono e non consumano. I due squilibri macroeconomici vengono appaiati come se niente fosse. Una spiegazione che ho sempre ritenuto autoassolutoria e teoreticamente zoppicante. For what it’s worth.


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