E Goldman Sachs fa dumping…

agosto 16, 2010

Continua l’epopea di Goldman Sachs, che aggiunge una nuova ciliegina al suo già nutrito palmares di sospetti, ritorsioni e condotte poco commendevoli in seno a Wall Street. (Un’indagine di Bloomberg tra 1001 analisti e investitori a giugno ha mostrato come l’istituto di Lloyd Blankfein sia quello che è sceso di più come popolarità). Ma stavolta, nessuno potrà rimproverarle nulla.

In breve, GS è tra le grandi banche di Wall Street che si occuperà della quotazione di General Motors, che ritornerà in grande stile sul listino newyorchese. La seconda IPO di sempre, si dice, tra i 12 e i 16 miliardi di dollari. Per queste grosse operazioni, le società assoldano i colossi finanziari perché si occupino della “sottoscrizione” dei titoli emessi: in sostanza, la garanzia di accollarsi le azioni nel caso ne rimanessero di invendute.

Per questo servizio, le banche di investimento chiedono ovviamente una commissione (fee), nell’ordine del 3%. E solitamente nessuna gioca al ribasso, innescando quello che in teoria dei giochi si definisce “equilibrio cooperativo”.

Goldman, che sapeva di non avere la leadership in questa transazione (è fortemente legata a Ford, competitor di GM), ha proposto al Tesoro americano, che detiene il 61% della casa automobilistica, una sforbiciata delle commissioni allo 0.75%. Una proposta a cui il Tesoro, che deve rispondere anche delle decine di miliardi di dollari  pubblici spesi per salvare GM lo scorso anno, ovviamente non ha detto di no.

E che ha costretto tutte le altre banche, per non venire tagliate fuori, a ridurre drasticamente le loro pretese. Così – sempre secondo le fonti di Bloomberg, i ricavi si attesteranno “solo” su 120 milioni di dollari, mentre avrebbero potuto essere 4 volte tanti.

Vedremo come si comporteranno le altre in futuro in una situazione analoga. I meccanismi di ritorsione in giochi come questi – a informazione incompleta e ripetuti nel tempo – sono moltplici, ma in rarissimi casi portano ad un equilibrio paretiano, soddisfacente per tutti.

I contribuenti americani, comunque, ringraziano.


Goldman sucks

novembre 23, 2009

Goldman Sachs mercoledì scorso ha chiesto scusa. La più grande banca d’investimento Usa (anche se adesso è riconosciuta come una banca normale, per poter essere controllata dalla Fed), per bocca del suo ceo Lloyd Blankfein, ha riconosciuto la sua “parziale responsabilità” nei confronti dei risparmiatori spazzati via dalla crisi. Per lavarsi la coscienza, ha stanziato 500 milioni di dollari, più o meno a fondo perduto, per le piccole e medie imprese americane. Poco male che ne abbia ricevuti almeno 44 volte tanto dallo stato per evitare il tracollo. Il NYT, non un giornale qualsiasi, proprio ieri ha criticato Blankfein per questa operazione di facciata: altro che mezzo miliardo di dollari, la Goldman ne dovrebbe regalare centinaia al budget statunitense. Meglio di niente, comunque.

Il punto è tuttavia un altro. Nonostante la sacrosanta opposizione della stampa liberal, a Wall Street sembra spirare un’aria di perdonismo facilone. Nei due gestori di fondi immobiliari di Bear Stearns, la prima banca d’affari a fallire nel marzo 2008 per i subprime, la corte di New York ha rinvenuto imperizia, magari incompetenza, ma non fraudolenza. La rete di Madoff, che pure non può aver agito da solo nel sottrarre 65 miliardi di dollari, è ancora al suo posto. I bonus ai manager nelle principali banche, tra cui la stessa Goldman Sachs, sono in nuova, rapida crescita. L’ottimismo finanziario di questi ultimi mesi sembra aver spazzato via ogni istanza di comprensione della crisi, prim’ancora che di giustizia.


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