Speculare sulla Cina? Un rischio troppo grosso

giugno 22, 2010

Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. Così, le tanto strombazzate manovre cinesi di apprezzamento dello yuan sono buone – forse – per ammorbidire i toni in vista del prossimo G-20 a Toronto, certo non sono sufficienti a impressionare i mercati.

Cosa è successo? Dopo mesi di moral suasion internazionale (Usa in particolare), il governo cinese ha preannunciato un graduale sganciamento dal dollaro. Da due anni a questa parte la Banca Centrale di Pechino – che ha enormi risorse per farlo – ha tenuto volutamente basso il cambio della valuta nazionale (un dollaro per 6,8 yuan), in modo da agevolare le esportazioni. Verso gli Usa soprattutto. E’ una pratica che in realtà la Cina persegue da decenni, con l’unica eccezione della finestra 2005-08, quando permise allo yuan di fluttuare entro la banda di oscillazione dello 0.5%.

In questi giorni, le autorità cinesi hanno reintrodotto lo stesso meccanismo, con le stesse modalità e la stessa trading band rispetto a un cambio di riferimento fissato giornalmente. Insomma, nulla che possa sfuggire loro di mano. Ieri Pechino ha lasciato che lo yuan si apprezzasse dello 0.42%: evento salutato come salvifico, in vista di un progressivo aggiornamento del reference rate. Bene: oggi la Cina ha innalzato l’asticella della sua valuta dello 0.43%, ossia lasciando esattamente tutto invariato a ieri. Risultato? Lo yuan è già sceso dello 0.26%, in risposta alle mosse della banca centrale che sta comprando dollari in forze per scongiurare eccessi speculativi sull’apprezzamento cinese.

La morale è che le autorità di Pechino hanno la forza per piegare qualsivoglia spinta speculativa al rialzo. La hot money dei grandi investitori, che già si appresta ad invadere la Cina puntando su un inevitabile rafforzamento della parità, è avvertita.


Dollaro, euro e yuan: il gioco delle tre carte?

maggio 25, 2010

La Clinton e Geithner tra domenica e lunedì si sono recati in visita a Pechino per l’annuale incontro bilaterale. Di fatto, il G-2. Nonostante l’ovatta della diplomazia, si è imposta una dichiarazione del presidente cinese Hu Jintao, che ha confermato la volontà asiatica di staccare lo yuan dal peg, l’aggancio con il dollaro americano (oggi 1 dollaro vale 6.83 yuan, con una banda di oscillazione molto limitata: praticamente il rapporto rimane costante), ripristinata dal 2008 (era stata interrotta nel 2005). Un’ammissione molto blanda e molto vaga: non sono stati definiti nè tempi nè modalità. Rimane comunque l’apertura verso il partner statunitense, che non più tardi dell’autunno scorso tacciava Pechino di “manipolare la sua valuta” a fini commerciali, cosa che aveva spinto il rapporto bilaterale sull’orlo del precipizio. E’ bene chiarirlo ancora una volta: se Usa e Cina cominciano a farsi la guerra (commerciale), la pagheremo tutti.

In un momento storico di contrazione per l’euro (ma si dovrebbe inquadrare il suo andamento nel più lungo periodo, ricordando che anche le valute sono soggette a cicli) e di flight to quality verso il dollaro, anche lo yuan si sta apprezzando rispetto alle altre monete del pianeta. Il che sta mettendo in difficoltà le esportazioni cinesi sul principale loro mercato di sbocco: quello europeo. Non è chiaro come e quanto una graduale liberalizzazione della valuta cinese riuscirebbe nell’intento dell’amministrazione Obama: rafforzare il potere d’acquisto dei 300 milioni di cittadini che compongono la classe media della Repubblica Popolare, facendo così da volano alle esportazioni a stelle e strisce. L’apertura di Hu Jintao è dettata paradossalmente dall’auspicio opposto: sganciarsi dal dollaro perchè esso sta diventando troppo caro agli occhi del mondo. Come a dire: “La Cina non ha a che fare solo con gli Stati Uniti”. Una considerazione che Geithner avrà fatto di sicuro.


Bce e l’incertezza dei mercati

maggio 17, 2010

Proviamo da oggi l’esperimento di audioblog. 4 minuti scarsi per spiegare concetti che – messi per iscritto – potrebbero suscitare un po’ di repulsione. Non avrò la voce di Sinatra, ma così il tutto risulterà più immediato e godibile. Fatemi sapere cosa ne pensate.



Cara la mia Cina

marzo 8, 2010

Uno yuan apprezzato: mao dire mao?

Regola numero uno: andare sempre oltre le apparenze.

Prendete l’annunciato cambio di strategia valutaria della Cina, che per bocca del suo banchiere centrale Zhou Xiaochuan ha dichiarato che sono al vaglio degli esperti soluzioni alternative all’agganciamento dello yuan sul dollaro. In sostanza, questo aprirebbe le porte ad un graduale apprezzamento della valuta nazionale cinese, con sommo giubilo delle autorità statunitensi e mondiali (le esportazioni del Dragone diventerebbero più costose). Finora, con un meccanismo che dura da quasi 40 anni, e che si era interrotto solo dal 2005 al 2008, la valuta di Pechino è sempre stata agganciata a quella di Washington: se quest’ultima scende, anche i beni cinesi diventano meno cari e così via, in quella che è rimasta la principale fonte di distorsione del libero mercato internazionale dei cambi.

Come dicevamo, bisogna andare oltre la dichiarazione di facciata. In primis, perchè serviranno comunque anni affinché l’apprezzamento dello yuan si trasferisca alle esportazioni, che ci mettono sempre un po’ prima di reagire (lo sentirete nominare come “effetto J”). Secondariamente, segnala un trend inesorabile, che vedrà la Cina sempre più come importatore di beni che non è in grado di riprodurre (che ancora, evidentemente, esistono), data la spasmodica crescita del suo ceto medio, che conta 200 milioni di persone ma è destinato al mezzo milairdo nel volgere di pochi anni. Per questa classe di persone non produttiva una valuta più forte è un guadagno: pensate solo al turismo.

Rimane da vedere se questa mossa prenderà concretamente corpo nei prossimi mesi, e se si tratterà di un’iniziativa volta a rinsaldare il consenso del governo centrale tra le sempre più numerose classi agiate di Pechino, Canton e Shanghai.


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