Legge stabilità, il bluff del governo sulle banche

ottobre 17, 2013
Enrico Letta indica la via

Enrico Letta indica la via

C’è un aspetto della legge di stabilità che proprio non torna.

Si tratta del diverso trattamento fiscale concesso alle banche in tema di perdite su crediti. In breve, alle banche viene concesso di dedurre dall’imponibile Ires (e, sembra, Irap) la quota di crediti ormai svalutati su un arco temporale molto più breve (5 anni) del precedente (18 anni).

Un esempio: una banca registra 1,8 miliardi di svalutazioni su crediti, dovute al progressivo logoramento dell’economia reale. Invece che dedurre 100 milioni ogni anno da qui al 2030, potrà dedurre 360 milioni all’anno per i successivi 5 anni. Considerando un’aliquota Ires al 27,5% (e tralasciando l’Irap), da qui a fine 2017 la banca risparmierebbe in tasse 357,5 milioni, 71,5 ogni anno. (Ci sarebbe da considerare che lo 0,3% degli impieghi svalutati viene comunque dedotto tutto nel primo anno, ma l’ordine di grandezza rimane).

Per rendere l’idea: Banca Imi stima che l’utile netto per una banca come Unicredit crescerà (per il solo 2014) di 270 milioni.

Per i prossimi 5 anni – alquanto critici, per il sistema bancario italiano alle prese con la transizione verso la supervisione europea unica – le banche pagheranno meno tasse e, nelle intenzioni del governo, saranno più disponibili a concedere credito alle imprese.

Detto questo, è comprensibile come gli istituti abbiano accolto con favore la norma (anche se chiedevano di concentrare tutto in un solo anno, e non in cinque). Meno comprensibile è come il governo inserisca il provvedimento tra le voci di copertura. Cioè tra le poste di maggiori entrate o minori spese.

Nelle linee guida della legge di stabilità si legge infatti, alla voce reperimento risorse, che 2,2 miliardi derivano “dalla revisione del trattamento delle perdite di banche, assicurazioni e altri intermediari”.

Ma come è possibile che ci guadagnino le banche e contemporaneamente ne tragga beneficio anche l’Erario (per oltre 1/4 delle voci di copertura totali, tra l’altro)? Non sembra un gigantesco bluff?

La spiegazione teorica è sempre la stessa: le banche tornano a erogare prestiti, le imprese si riprendono, tornano a macinare profitti e a pagarci sopra le imposte.

Ma con un’economia che nessuna organizzazione vede crescere oltre lo 0,8%, 2,2 miliardi nel solo 2014 non sono una previsione ragionevole.

Altro che ottimismo della volontà.

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Madonna che guadagni! (Ma non abbastanza per Forbes)

agosto 16, 2013
We live in a material world, and I'm a material girl

We live in a material world, and I’m a material girl

Sfatiamo un mito: Madonna, che oggi compie 55 anni, non è ancora miliardaria. Per questo, non compare (ancora) nell’ambitissima classifica stilata ogni anno da Forbes. Ma guadagna. Madonna, se guadagna.

Nel 2012 il portafoglio si è gonfiato come non le accadeva da anni. Merito del MDNA World Tour, che ha staccato biglietti per 300 milioni $. Considerando che ai cantanti va solitamente 1/3 degli introiti da botteghino, vuol dire 100 milioni. In un solo anno.

Aggiungete il merchandising nei concerti (75 mln lordi, circa 22 netti secondo i calcoli della stessa Forbes), il contratto pubblicitario con Smirnoff (altri 10 milioni lordi), la vendita di profumi e lingerie, oltre ai diritti per trasmettere in TV o dvd le sue performance e arriverete facilmente a 182 milioni. Ma, tutto sommato – stima ancora Forbes – il suo salvadanaio arriva a mezzo miliardo.

Cifra che la mette dietro a molte altre music star (Jennifer Lopez, per dirne una), che non hanno nemmeno lontanamente 30 anni di carriera o la sua capacità di influenzare la scena e la cultura pop.

Un affronto insopportabile per una “Material Girl”.


Venti di ripresa (non chiudiamo le finestre)

agosto 6, 2013

La finanza vive di paradossi. Eccone un altro.

Il rendimento sui Treasurys americani è tornato vicino ai massimi da agosto 2011. Secondo la piattaforma Tradeweb, sono stati addirittura superati.

Il 5 agosto 2011 S&P compì l’atto di “lesa maestà”, declassando per la prima volta nella storia il rating americano di un livello ad AA+.

Benzina sul fuoco di una crisi che già stava divampando da 2 settimane sui mercati europei. La volatilità aumentò a dismisura, acuendo la percezione del rischio da parte degli operatori, dunque la ricerca di investimenti “sicuri”. Tra cui proprio i bond americani, che teoricamente dovevano pagare lo scotto del downgrade.

Invece i prezzi non fecero che salire, e i rendimenti scesero di pari passo con quello del Bund, garantendo più respiro alla ripresa americana.

L’attuale risalita dei tassi ha molto a che vedere con il ridimensionamento della politica monetaria ultra-accomodante della Fed. Ma anche con un rinnovato clima di fiducia che si sta di nuovo propagando worldwide, dopo la scoppola di fine maggio/giugno.


Tornano le nuvole nel cielo d’Irlanda?

giugno 28, 2013
Dal Donegal alle isole Aran e da Dublino fino al Connemara

Dal Donegal alle isole Aran e da Dublino fino al Connemara

Irlanda, ovvero la prova vivente che i meccanismi di salvataggio approntati dall’Europa possono funzionare.

E’ questo il mantra che viene ripetuto dal novembre 2010, quando per porre un argine al crollo delle principali banche, l’Irlanda ottenne un aiuto da 85 miliardi di euro (di cui 17,5 messi sul piatto dagli stessi irlandesi). Soldi (dati alle banche) con cui sono tornati fiducia, credito e dunque sviluppo, se è vero che Dublino nel 2011 è poi cresciuta dell’1,4% (il doppio delle previsioni iniziali).

A rinforzare il mito del “salvataggio perfetto” c’è stato poi il precoce rientro sul mercato dei capitali, un anno prima del Portogallo e ovviamente della Grecia (che non è ancora tornata). Un primo bond a 3 mesi da 500 milioni nel luglio 2012, sino ad arrivare, lo scorso marzo, al principe dei collocamenti: 5 miliardi di bond decennale, con domanda più che doppia e tasso al 4,15%. Da allora sorprendentemente minore degli omologhi rendimenti di Italia e Spagna, che non hanno subito l’onta del bailout.

L’idillio potrebbe essere finito, però. Gli ultimi dati rilasciati dall’istituto di statistica sul primo trimestre 2013 parlano chiaro: recessione. -0,6% t/t nei primi tre mesi dell’anno, ma anche i precedenti 2 trimestre si sono chiusi in rosso. Nel complesso, il 2012 è stato tutt’altro che euforico: un misero +0,2%, contro le previsioni dello 0,9%. La previsioni di un rimbalzo nel 2013 del 2,5% sono già sacrificate.

Complice l’eterno stallo dell’eurozona, le esportazioni sono crollate: -3,2% nel primo trimestre, per un’economia che poggia grandemente sulle merci vendute all’estero che tornano indietro come investimenti diretti esteri. La fiscalità agevolata dell’Irlanda finora è stata una calamita potente, ma potrebbe non bastare più.

Segnali inquietanti anche dai consumi domestici, che si contraggono del 3%, evidenziando come la disoccupazione ancora altissima (13,7%) e una perdurante crisi dei mutui mordano la capacità di spesa degli irlandesi.

Al Temple Bar di Dublino una pinta di birra costa 6 euro. Ain’t too much? (pronunciato rigorosamente all’irlandese).


L’Ecofin supera l’esame di Economia Aziendale

giugno 27, 2013
Al terzo posto

Al terzo posto

In caso di fallimento dell’azienda – in questo caso una banca europea – pagheranno, nell’ordine: gli azionisti, gli obbligazionisti e i depositi sopra i 100.000 euro. Siete a pagina 5 del manuale di Economia Aziendale 1? No, siete all’Ecofin.

L’ultima decisione del consiglio dei ministri finanziari dell’Unione Europea verte proprio su questo: chi paga in caso di fallimento bancario? Il principio è che l’onere debba anche ricadere sugli azionisti delle banche, che si sono accollati il rischio d’impresa. Il rendimento sui mezzi propri è più alto proprio per questo.

In seconda battuta, a risponderne saranno anche gli obbligazionisti, prima quelli junior poi quelli senior, come successo con il “private sector involment” in salsa greca (sforbiciata del 75% sul valore nominale di molti titoli di Stato greci in mano a privati).

Alla fine e solo alla fine, saranno coinvolti anche i depositi sopra i 100mila euro, che in effetti corrisponde ancora alla soglia coperta dal fondo di garanzia europa sui depositi. Concetto che, forse, non avrebbe dovuto nemmeno essere ribadito: ma il presidente cipriota ha scosso le coscienze, oltre che i mercati.

Le tre figure saranno chiamate a coprire fino all’8% delle passività della banca. Dopodiché, entreranno in gioco i vari fondi di salvataggio nazionali, per un altro 5%. E solo dopo si potrà chiamare in causa il fondo salva-stati, oggetto (la settimana scorsa!) di un tormentato negoziato sulla capacità di ricapitalizzare gli istituti: per soli 60 miliardi, comunque.

Dietro l’apparente banalità della decisione c’è però un importante cambio di paradigma: chi si assume il rischio, se questo rischio non paga, ci rimette. Non potrà più essere scaricato tutto sulle casse pubbliche, che dal 2008 ad oggi hanno contribuito solo in Europa per 1.600 miliardi di euro (più alte decine di garanzie pubbliche, come in Francia). Anche perché i debiti pubblici di tutti i Paesi europei, ormai, non consentono più alcon volo di fantasia.


Quant’è forte il crunch in salsa di soia

giugno 25, 2013
Ready to burst?

Ready to burst?

Immaginate di andare a dormire pensando di comprare l’indomani qualcosa a basso prezzo e la mattina seguente vederlo quadruplicato. Allora usate prudenza, decidendo di posporre nel tempo il vostro acquisto: ma anche a una settimana, quello che costava 1 adesso costa 3. Lo stesso se spostate il vostro orizzonte a 2 settimane, 1 mese, 2 mesi, 6 mesi, 1 anno: tutto è diventato spaventosamente caro, e nel lasso di ore.

E’ quello che sta accadendo con il credito in Cina. Da alcuni giorni ormai i tassi interbancari sono fuori controllo. Ciò che stupisce è la rapidità con cui questo stia avvenendo, in proporzioni più fragorose dello stesso fenomeno accaduto in Europa e Usa nel 2007-08. Il motivo? La sempre più diffusa concezione che il palloncino del credito a Pechino e dintorni sia sul punto di scoppiare. E, come sempre, è partita la corsa a congelare i prestiti, per non rimanere con il cerino in mano.

Difficile capire piuttosto il timing in cui tutto questo sta avvenendo, proprio mentre si moltiplicano i segnali di rallentamento della locomotiva cinese. Gli effetti sono già più che concreti per le pmi del Dragone, che ormai non riescono ad accedere ad alcun canale di finanziamento. Strette dal restringimento delle esportazioni, in migliaia stanno chiudendo. Facendo mancare parte della domanda di beni strumentali che, a cascata, si riversa sulla già stremata industria europea.

Il punto è che qualsiasi manifestazione macro, applicata alla Cina, assume modalità che esulano dalla comune esperienza. Troppo grandi i numeri in ballo rispetto al passato perché l’econometria possa azzardare previsioni affidabili e consistenti. Troppi attori (financo in un mercato finanziario centralizzato come quello cinese) da incasellare nella “legge dei grandi numeri”. In ultima analisi, troppa imprevedibilità. Cioè volatilità. Cioè rischio.


L’età dell’oro è finita. Per ora.

giugno 24, 2013

 

No more games con l'oro

No more games con l’oro

Le quotazioni dell’oro sono ai minimi da 3 anni. Sono tornate ai livelli precedenti il secondo stimolo monetario della Federal Reserve, il QE2.

Adesso il numero uno della banca centrale americana, Ben Bernanke, ha fatto intendere, con una precisione temporale che ha spiazzato gli investitori, che le immissioni di liquidità rallenteranno, sino a fermarsi. I fondi grandi e piccoli, che su questo “denaro facile” hanno impostato le loro strategie pluriennali sull’oro, le stanno precipitosamente rivedendo. Tanta liquidità ha trovato nel 2010-2011-inizio 2012 nell’investimento in oro e altri metalli preziosi, considerati il rifugio più sicuro contro un mondo che si riteneva ancora riuscisse a produrre inflazione futura.

Adesso lo scenario è completamente mutato. Non solo l’outlook di crescita mondiale, in Cina soprattutto, non è più coerente con un rincaro generalizzato dei prezzi, ma i finanziamenti per questo tipo di investimento saranno sempre più cari.

Già a metà aprile c’era stato un “crash”, poi in parte riassorbito. Adesso il trend al ribasso è costante e strutturale. Oltre alla domanda “di carta”, si è affievolita anche quella fisica. Le banche centrali dei paesi emergenti hanno smesso di accumulare oro con la stessa velocità di prima. Si stanno piuttosto riposizionando sul dollaro (tornato conveniente) come valuta di riserva, cosa che nel recente passato avevano cessato di fare.

Credit Suisse e Goldman Sachs hanno rivisto – e di tanto – le loro stime per il 2013 e 2014. La banca americana, addirittura, ha abbassato l’asticella 2014 poco sopra i 1000 dollari all’oncia. Fino all’anno scorso gli stessi analisti vedevano i 2000 dollari a portata di mano…

Ma nella giungla dei paradossi il crollo si potrebbe arrestare per le difficoltà finanziarie sempre più evidenti in Cina. Con i tassi interbancari alle stelle, riprenderà il flusso di investimenti cinesi alla ricerca di un “porto sicuro”. Ancora oro. Forse.